Alcune considerazioni sull'abitare i campi nomadi
Nel
corso di una ricerca appena conclusasi e i cui risultati verranno presentati
nel mese di febbraio 2007 all’interno del rapporto annuale sulla multietnicità coordinato
dall’ISMU Lombardia, il contributo dell’Opera Nomadi, che qui viene
proposto in modo sintetico, ha approfondito alcuni aspetti del rapporto tra società e
comunità rom e sinte, a partire dalla dimensione dell’abitare.
Nell’accezione comune, l’abitare viene infatti accostato alla “condizione
di consistenza di una persona”. Principio secondo il quale può essere
considerato individuo in pubblico, soltanto colui che ha una sua consistenza
nel privato, data dalla sfera domestica degli affetti, ma ugualmente caratterizzata
qualitativamente anche e soprattutto secondo i parametri di abitabilità” correnti.
Nasce così una prima domanda: nelle pieghe delle “frontiere” informali
di una città, si nascondono mondi, o meglio, “consistenze umane” diverse
da quelle che siamo indotti a immaginare o a riconoscere?
Come si sa, le comunità rom o sinte che sono state oggetto dell’intervento
pubblico sull’abitare vivono principalmente nei “campi nomadi comunali”,
soluzione che da circa 20 anni a questa parte viene riproposta dagli Enti Locali
come univoca risposta alla domanda abitativa dei Rom.
Sul significato di separazione o ghettizzazione con cui vengono comunemente
percepiti si è scritto molto, e molto spesso in modo giustamente critico,
pur sottostimando la dimensione culturale che ha prodotto una graduale
trasformazione dell’uso degli strumenti del diritto pubblico nella
Pubblica Amministrazione.
A questo si aggiungano alcuni aspetti di carattere “tecnico”,
come ad esempio lo scarto temporale tra la progettazione e la realizzazione
di queste opere pubbliche minori, che sono il risultato di un insidioso processo
urbanistico e sociale per lo più “taciuto”, o viceversa “enfatizzato” in
occasione di confronto politico, dagli esiti più che contraddittori.
La scelta degli spazi abitativi tralascia infatti l’analisi oggettiva
del rapporto costi / benefici, la localizzazione, la tipologia costruttiva,
la composizione familiare, il forte incremento demografico.
L’obiettivo non dichiarato è quello di ottimizzare l’aspetto
ricettivo, “massificandolo” e così cercando di diminuire
il numero dei rom in “circolazione”.
Il comportamento “reattivo” della maggioranza delle famiglie
rom e sinte, è così diventato, che piaccia o no, quella “dell’autoproduzione
abitativa” (Tosi), cioè l’acquisizione di terreni privati,
in gran parte ad uso agricolo, su cui innestare delle infrastrutture per
ospitare la propria “famiglia allargata”, migliorandone la condizione
complessiva.
Questo evento rappresenta l’unico elemento di autentica “novità”,
dentro un quadro di sostanziale immobilismo e ritardo culturale e legislativo,
attraverso cui i nuclei Rom e Sinti e non le Istituzioni, hanno cercato di
articolare risposte insediative flessibili e varie nel territorio, molto
spesso tra gli interstizi di quelle aree marginali trascurate dai piani urbanistici
comunali.
L’accesso agli alloggi di edilizia convenzionale pubblica, ancorchè non
costituiscano la principale alternativa plausibile alla prevalente dimensione
abitativa comunitaria della “famiglia allargata”, sono inoltre
poco praticabili sul piano sociale, per la scarsità delle risorse
e la mancanza di una rete di servizi sociali che ne promuova e sostenga l’ingresso,
benchè una parte minoritaria di nuclei di nuova formazione ne faccia
domanda.
Se volgiamo il nostro sguardo alle aree abitative periferiche, scopriremo
dunque come nell’ultimo decennio hanno preso consistenza “umana” una
molteplicità di spazi residuali, divenuti il solo terreno di sperimentazione
possibile per differenti forme di abitazione non convenzionale o legalmente
riconosciute per i Rom.
I casi di abusivismo o di occupazione temporanea di spazi industriali dismessi,
sono infatti quasi sempre l’unica risposta estrema a una condizione
di debolezza sociale, ma sollevano una domanda inequivocabile: chi deve governare
le trasformazioni e come? Ovvero, che dialogo può esistere tra le
comunità rom che pongono con ostinata determinazione il “peso” della
loro presenza umana e l’amministrazione pubblica?
E ancora, quali strategie agiranno nel futuro da innesco delle trasformazioni
territoriali, in una visione culturale meno legata alle ideologie identitarie
dei singoli e delle comunità, governando cambiamenti verso condizioni
di maggiore autonomia?
Sul piano locale si continua troppo ad insistere sull’aspetto politico
della “questione romanì” (impropriamente definita emergenza
nomadi), fors’anche per calcoli e convenienze che muovono e costruiscono
grevi quanto occasionali consensi elettoralistici, mentre l’aspetto
culturale e le attese sociali di cambiamento sono molto più importanti.
Sembra inoltre paradossale che a disegnare le attuali sorti delle politiche
sociali a “favore” delle comunità rom e sinte, concorrano
oggi soggetti con vocazioni e interessi tra loro oggettivamente diversi,
ma che ugualmente trascurano la necessità di una svolta culturale
e di metodo.
Sempre più infatti, i servizi pubblici e una parte del “terzo
settore” sono chiamati dalle Istituzioni che controllano le risorse
materiali, a interpretare insieme agli organi di polizia la funzione di controllori
di specifici “comportamenti sociali”, definiti di volta in volta
da “Regolamenti”, “Patti di socialità” ecc.,
come se i rom non ne fossero già sottoposti di fronte alla legge al
pari degli altri concittadini.
La “solidarietà” che dovrebbe essere libera da vincoli
esterni e il funzionamento dei servizi pubblici che dovrebbero essere erogati
senza ombra di pregiudizio alcuno, vengono così sottoposti e subordinati
agli orientamenti della politica locale, che non necessariamente collimano
con gli interessi generali e ignorano le aspettative di riconoscimento e
sostegno allo sviluppo umano e professionale delle comunità rom.
Proviamo quindi a indicare alcuni punti a partire dai quali si possa pensare,
definire e realizzare una possibile, percorribilissima e auspicabile politica
propositiva.
Il primo obiettivo è quello della costruzione di una sicurezza insediativa
che non rincorra i bisogni emergenziali, senza per questo tacerli o ignorarli.
La definizione di un rapporto certo col territorio è condizione necessaria
per dare stabilità e permettere di riconoscere quanto di positivo è stato
fatto finora. Per il futuro, occorre sostenere attivamente le famiglie rom
per il superamento delle condizioni marginali o per fornire delle valide
alternative ai “campi o villaggi nomadi comunali”, ancora oggi
l’unica risorsa pubblica più o meno disponibile. Secondo obiettivo:
la scolarizzazione. Non basta inserire i bambini rom e sinti nella scuola
così com’è. Serve una scuola che abbia le risorse e le
capacità per rinnovarsi continuamente ed essere un luogo dove anche
i piccoli rom, dalla materna alle medie, accedano alla cultura italiana avendo
la possibilità di conoscere e studiare la lingua, storia e tradizioni
del proprio popolo.
Per un proficuo processo interculturale che arricchisca il percorso educativo
di tutti gli alunni, è indispensabile sostenere la formazione e l’inserimento
dei “Mediatori culturali rom” nelle scuole, esperienza di cui
il Comune di Milano e la Regione Lombardia sono stati fino ad oggi i maggiori
sostenitori in ambito nazionale.
Terzo obiettivo: la salute. L’alto tasso di natalità s’intreccia
con indici preoccupanti di morbilità e mortalità e con una
speranza di vita mediamente più bassa di 20 – 30 anni se paragonata
con il resto della popolazione.
Particolarmente colpiti sono la popolazione femminile e la prima infanzia,
ma non possiamo ignorare l’insorgenza di “patologie da ghetto” nei
luoghi di vita, la mancanza di una cultura della prevenzione, l’esorcizzazione
della malattia attraverso la negazione del sintomo, le difficoltà di
accesso al servizio sanitario nazionale.
Anche in questo caso, occorre promuovere un intervento coordinato dei servizi
socio sanitari e in particolare dei Consultori Familiari, attraverso la collaborazione
di mediatrici sanitarie rom che sappiano dialogare professionalmente con
le comunità rom e gli operatori territoriali.
Quarto obiettivo: il lavoro. Per secoli i rom sono stati portatori di professionalità e
di attività lavorative complementari ai bisogni della società ospitante.
Occorre rinnovare la strada delle professionalità tradizionali per
consolidarle e / o trasformarle in modo che si possano adattare all’attuale
mercato del lavoro. Incentivare la formazione di cooperative già presenti
in alcune comunità, sostenere la formazione professionale dei giovani
e le attività autoimprenditoriali, valorizzando il ruolo femminile.
Infine, formare operatori rom al servizio delle loro comunità.
La ripresa di una serena convivenza tra i cittadini e le comunità rom
e sinte è possibile, a partire dal riconoscersi come concittadini
della medesima città.
Maurizio Pagani
Giorgio Bezzecchi
Opera Nomadi Milano
|