Milano: "Patto di legalità e politiche differenziali" per i Rom Rumeni
Quella “Rom” è una delle grandi questioni morali che
riemerge prepotentemente nell’Europa di oggi.
Una diaspora di popolazioni lacerate dalle nuove povertà e dai processi
di modernizzazione, dalla perdita di protezioni sociali che minano l’esistenza
nelle comunità di antico insediamento e che danno impulso a nuove
immigrazioni.
L’Italia accoglie una minima parte dei Rom che emigrano, con un ritardo
culturale grave e con politiche pubbliche logore o discriminanti. La politica
dei campi nomadi, ad esempio, è una mera invenzione amministrativa, “tutta” italiana,
che condanna le comunità romanì all’emarginazione e alla
ghettizzazione per il ripetersi di politiche di esclusione e assimilazione,
collocandole sostanzialmente al di fuori della società, dei legami
sociali stabiliti, dei rapporti familiari e di vicinato.
In Italia, paese il cui tasso di “fastidio” verso i Rom non è certo
minore alla media europea, i casi di violazione dei diritti privati ai danni
dei Rom compiuti dalle Istituzioni per mano dei Comuni o delle Prefetture
rischiano, come nel caso delle tende della Protezione Civile incendiate nel
Comune di Opera alle porte di Milano, di “innescare” un’analoga
violenza immotivata e razzista di una parte della popolazione o delle forze
politiche che ne strumentalizzano il malcontento.
L’immagine sociale che ne emerge diviene così, del tutto impropriamente,
quella centrata sulla devianza, il disturbo e la pericolosità sociale
dei Rom che vanno sanzionati e disciplinati con rigore.
Come l’obbligo di firmare il discusso “Patto di socialità e
legalità” che Comune, Provincia, Prefettura e Casa della Carità vorrebbero
imporre a Milano alle comunità di rom rumeni presenti stabilmente
sul territorio, unici tra i cittadini di questo Paese a cui viene richiesto,
in cambio di interventi di “solidarietà”, quasi a voler
affermare implicitamente che i Rom sarebbero “portatori di illegalità e
asocialità”.
Le politiche “emergenziali” mostrano in tal modo i loro limiti
più evidenti, ignorano i più scomodi nodi strutturali, quali
la condizione abitativa metropolitana e producono nell’immediato solo
nuovi ghetti sociali. Il rapporto tra la nostra società e quella rom
andrebbe viceversa riportato nell’ambito di una dialettica sociale
che riconosca e rispetti i valori culturali e umani delle tante identità.
Senza riconoscimento e reale negoziazione infatti non vi può essere
una condizione di diritto e di eguaglianza ma, solo, la tentazione di percorrere
scorciatoie “differenziali” che modificano il quadro giuridico
e il “trattamento istituzionale” a cui si sottopone una parte
più debole dei nostri concittadini.
Secondo stime attendibili, i Rom rumeni a Milano, ultimi arrivati tra le
oltre 15 comunità che abitano l’intera provincia milanese, sarebbero
circa 2000 – 2500.
Fin dalla loro prima comparsa pubblica nel 1999, si è imposta agli
occhi della città l’emergere di una nuova condizione estrema
dei Rom, che negli anni seguenti ha visto crescere un violento contrasto
sociale, insieme al continuo inarrestabile arrivo dalla Romania di migliaia
di persone che si sono sparse in tutta Italia.
Tra gli elementi oggetto dell’attenzione delle politiche pubbliche,
le condizioni abitative svolgono come si sa un ruolo essenziale, per diverse
ragioni. Intanto, le condizioni di estremo degrado di molti insediamenti
umani sono l’indicatore più eloquente della gravità delle
condizioni di vita quotidiana dei rom: il segnale cioè di una condizione
generale che si caratterizza non soltanto per l’assenza di livelli
minimi di vivibilità o la negazione radicale del diritto alla casa,
ma costituisce anche un formidabile impedimento a realizzare obiettivi minimi
nel campo della scuola, della salute, del lavoro, dunque un potente ostacolo
alla convivenza e alla coesione sociale.
L’accesso agli alloggi di edilizia convenzionale, fortemente richiesti
dalle famiglie rom rumene, si sono rivelati del tutto impraticabili sul piano
sociale, per la scarsità dell’offerta che in questi anni ha
visto ridurre considerevolmente il patrimonio pubblico a favore delle speculazioni
edilizie private. Ciò nonostante diverse famiglie hanno cercato col
tempo una propria autonomia abitativa ricorrendo alle occupazioni abusive
di alloggi o di stabili, come nel caso più noto della palazzina di
via Adda sgomberata a Milano nell’aprile 2004, seguita poi dallo sgombero
di centinaia di persone abitanti in via Capo Rizzuto (estate 2005) e dall’occupazione
di aree industriali dismesse nella cintura di Milano, come l’ex area
Falck, sgomberata nell’autunno 2006. Senza dimenticare i due incendi
che nel corso dell’ultimo anno si sono verificati in via Triboniano
lasciando senza alcun riparo ed assistenza decine di famiglie.
Nell’arco di soli tre – quattro anni, in assenza di politiche
pubbliche che affrontassero la crescente richiesta abitativa, sono cresciuti
decine e decine di slum urbani che oggi costituiscono non più solo
un fatto emergenziale ma una condizione strutturale dell’abitare ai
margini della città.
Nella sola zona “Corvetto – Nosedo”, a sud di Milano, dove
il vecchio quartiere popolare e le corsie di accesso all’autostrada
in direzione Bologna fanno da contenimento ad un pezzo di campagna in città,
sono presenti diversi insediamenti di baracche, piccoli e più grandi,
dove vivono oltre un migliaio di persone senza acqua, energia elettrica e
riscaldamento.
Parte dei rom rumeni continuamente sgomberati dalle loro abitazioni provvisorie
si sono ricollocati in altre zone periferiche a nord della città,
mentre diversi nuclei familiari si sono ridistribuiti in aree interstiziali
del territorio limitrofo.
Ad oggi, gli insediamenti abusivi che insistono su questo territorio compreso
tra la via San Dionigi, via Ripamonti e l’abbazia di Chiaravalle sono
13, quasi tutti autocostruiti (tranne uno che è collocato all’interno
di un vecchio cascinale), abitati esclusivamente da rumeni (tranne uno dove
vivono famiglie khorakhanè) e di dimensioni ridotte (massimo dieci
nuclei ciascuno). Fa eccezione l’insediamento dei rom caramidai collocato
proprio a ridosso della via San Dionigi, decisamente il più popoloso
(tra le 40 e le 50 famiglie).
Contestualmente, il Comune di Milano ha proseguito i lavori per la controversa
realizzazione di una vasta area destinata ad accogliere 7 – 800 persone
al fianco del Cimitero Maggiore, innescando una forte reazione tra le forze
politiche contrarie al progetto e una timida protesta tra chi ha cercato
di denunciarne i limiti oggettivi per le condizioni di separazione a cui
vengono sottoposte le famiglie rom.
I problemi più spinosi rimangono quindi del tutto aperti, mentre si
riducono gli spazi di critica e di pensiero e si riaffacciano politiche assistenzialistiche
che coniugano liberamente principi quali “legalità e solidarietà” che
dovrebbero rimanere liberi da vincoli esterni.
Non solo il confinamento ai margini della società, in luoghi possibilmente
lontani e invisibili rimane l’unica risposta delle politiche pubbliche
ai problemi dell’abitare, ma la stessa tentazione di fare appello a
categorie “culturali” etnicizzate e immodificabili, è una
facile scorciatoia per attribuire agli stessi rom e sinti la “colpa” della
loro mancata “integrazione”, occultando le responsabilità della
società maggioritaria e delle sue istituzioni.
Maurizio Pagani
Vicepresidente Opera Nomadi Milano
Consigliere Nazionale