Durante la seconda guerra mondiale oltre 500.000 zingari trovarono la morte
nei lager nazisti di tutta Europa. Si trattò di una persecuzione “razziale”,
assimilabile a quella ebraica, fondata su una presunta “asocialità biologica” degli
zingari, la cui origine indoeuropea, cioè ariana, era stata irrimediabilmente
compromessa dalle contaminazioni con i popoli “slavi” e dalla
presenza del gene del wandertrieb, l’istinto al nomadismo. La persecuzione
degli zingari fu però anche la conseguenza più o meno diretta
dei pregiudizi che la società europea aveva maturato nei loro confronti,
ricollegandosi a una storia secolare di incessanti discriminazioni. Nella
lingua zingara, il romanès, vi è una parola per indicare la
propria shoà: porrajmos, che significa letteralmente distruzione,
divoramento. La scarsità delle fonti storiche disponibili fino ad
oggi in Italia ha segnato il limite più evidente per documentare le
responsabilità del fascismo circa le deportazioni e le stragi che
subirono le comunità rom e sinte. Già i Rom stranieri presenti
sul territorio italiano, insieme a saltimbanchi e girovaghi, vennero a trovarsi
nel mirino della polizia fascista dal 1926, respinti oltre frontiera benchè provvisti
di regolare passaporto. Ma saranno gli articoli degli scienziati Renato Semizzi
e Guido Landra, consulenti di Mussolini ed estensori delle Leggi Razziali,
a segnare tra il 1938 e il 1940 una svolta significativa del Regime. L’ampia
discrezionalità nell’applicazione estensiva di alcune norme
anti - ebraiche e il ricorso a disposizioni prefettizie in materia d’ordine
pubblico, consentirono infatti l’invio al confino e l’internamento
nei campi di prigionia dei rom sul territorio nazionale o la deportazione
verso i lager nazisti, segnando una continuità di sostanza con quanto
di più cruento ed efferato avveniva nei territori dell’Europa
Orientale. Nel 1938 ebbero dunque inizio nelle regioni del Nord Est rastrellamenti
e deportazioni in massa di famiglie rom verso il meridione e le isole. In
seguito alle prime disposizioni d’internamento inviate dal Capo della
Polizia di allora Arturo Bocchini ai Prefetti del Regno e al Questore di
Roma con Circolare dell’11 settembre 1940, zingari stranieri e italiani
furono arrestati e trasferiti nei campi provinciali allestiti dal Ministero
dell’Interno a Bolzano, Berra, Boiano, Agnone, Tossicìa, Ferramonti,
Vinchiaturo e nelle isole, tra cui la Sardegna, la Sicilia e le Tremiti.
Tranne che in studi più recenti, “la memoria custodita nelle
comunità Rom” è stata di fatto ignorata, tralasciando
di raccogliere i racconti dei perseguitati e di incrociarli con i dati riscontrabili
negli archivi statali, comunali, delle questure e dei giornali dell’epoca,
rimuovendo e tacendo un vuoto storico carico di una forte responsabilità sociale.
I piani di sterminio del popolo Rom vennero attuati non solo nei territori
annessi dal dominio nazista ma anche dai Governi collaborazionisti, in particolare
in Romania e Jugoslavia, che furono, con la Polonia, tra i principali teatri
di questa efferata persecuzione. Non solo i limiti della precisione statistica
e lo stato di guerra generalizzato, ma la stessa struttura sociale dei gruppi
rom e il loro prudente “mimetismo”, che rendeva parziale il censimento
anagrafico dei nuclei familiari, la forte dispersione territoriale, le sommarie
registrazioni degli internati e la distruzione dei documenti rendono arduo
il compito di dire quanti furono gli zingari sterminati. Si sa però che
interi gruppi sparirono da zone di antico insediamento, come l’Olanda,
insieme alla quasi totalità della generazione degli anziani, depositari
del sapere e delle tradizioni. In Italia, la legge dello Stato che istituisce
la Giornata della Memoria, non estende il riconoscimento alla tragedia subita
dagli zingari.
La situazione oggi
Quella “Rom” è una delle grandi questioni morali che
riemerge nell’Europa di oggi. Una diaspora di popolazioni lacerate dalle
nuove povertà e
dai processi di modernizzazione, dalla perdita di protezioni sociali nelle
proprie comunità di antico insediamento che danno impulso a nuove immigrazioni.
L’Italia accoglie una minima parte dei Rom che emigrano, con un ritardo
culturale grave a cui si associano politiche pubbliche logore o discriminanti.
La politica dei campi nomadi, ad esempio, è una mera invenzione amministrativa, “tutta” italiana,
che condanna le comunità romanì all’emarginazione e alla
ghettizzazione per il ripetersi di politiche di esclusione e assimilazione,
collocandole sostanzialmente al di fuori della società, dei legami sociali
stabiliti, dei rapporti familiari e di vicinato.
In Italia, paese il cui tasso di “fastidio” verso i Rom non è certo
minore alla media europea, i casi di violazione dei diritti privati ai danni
dei Rom compiuti dalle Istituzioni per mano dei Comuni o delle Prefetture rischiano,
come nel recente caso del Comune di Opera alle porte di Milano, di “innescare” un’analoga
violenza immotivata e razzista di una parte della popolazione o delle forze
politiche che ne alimentano ad arte il malcontento.
L’immagine sociale che ne emerge diviene così, del tutto impropriamente,
quella centrata sulla devianza, il disturbo e la pericolosità sociale
che vanno sanzionati e disciplinati con rigore. Dichiarare, come è stato
fatto e scritto dalle Istituzioni milanesi e dalla Casa della Carità di
Don Virginio Colmegna che le comunità rom dovranno da qui in avanti sottoscrivere
un “patto di legalità e socialità”, unici tra i cittadini
di questo Paese a cui viene richiesto, in cambio di interventi pubblici di “solidarietà”, è come
affermare implicitamente che i Rom sarebbero “portatori di illegalità e
asocialità”. Come nelle più buie epoche del passato. Le politiche “emergenziali” hanno
dunque il fiato corto e scansano i più scomodi nodi strutturali, quali
quello della condizione abitativa metropolitana, producendo nell’immediato
solo nuovi ghetti sociali. Il rapporto tra la nostra società e quella
rom andrebbe viceversa riportato nell’ambito di una dialettica sociale
che riconosca e rispetti i valori culturali e umani delle specifiche identità.
Senza riconoscimento e reale negoziazione non vi può essere una condizione
di diritto e di eguaglianza ma, solo, la tentazione di percorrere scorciatoie “differenziali” che
modificano il quadro giuridico e il “trattamento istituzionale” a
cui si sottopone la parte più debole dei nostri concittadini.