Milioni di passi attorno ai confini
Le vicende storiche dei Rom in Europa, dagli ultimi decenni
del secolo scorso ai giorni nostri,
lasciano intravedere il ripetersi di politiche di esclusione
e assimilazione nella vita pubblica, collocando le comunità romanì sostanzialmente
al di fuori della società, dei legami sociali stabiliti, dei rapporti
familiari e di vicinato.
Niente di nuovo, a ben vedere, come ricorda lo storico Andrea Zanardo nel
suo saggio sugli “cingari” nella Lombardia spagnola, riprendendo le parole
del Manzoni nè “I Promessi sposi”: “Quelle grida, ripubblicate
e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente
l’impotenza dei loro autori”.
Infatti, è dalla fine del medioevo alla nascita degli stati moderni che
bandi, grida e ordinanze diventano sempre più rigidi, respingendo i Rom
lungo i confini di una città o di uno Stato, in cui l’organizzazione
politica è più fragile o frammentaria.
Ma è proprio la
successione di divieti e ordini di espulsione che si ripetono nel tempo a
costituire la prova inequivocabile del
loro fallimento,
segnalandoci la presenza continua degli zingari.
La scelta dei territori in cui stabilirsi, è da sempre il risultato
di un complesso rapporto storico e sociale tra la società maggioritaria
e le comunità rom, reso parzialmente noto dai documenti dell’epoca
e da una lingua, il romanès, che ci ha permesso di conoscere meglio,
dalle fonti orali, la loro storia.
In Europa e solo marginalmente in Italia, assistiamo oggigiorno alla ripresa
di un’antica diaspora territoriale dei rom dell’area balcanica,
che segue la disgregazione politica e sociale di regimi autoritari e le guerre
nazionaliste jugoslave degli anni ’90.
Un processo migratorio che si struttura attorno a nuove opportunità economiche
e sociali che vengono a crearsi all’estero, come anche o soprattutto
sugli squilibri economici e i cambiamenti politici interni.
“
Migrazioni forzate” che si scontrano con i limiti posti alla libera circolazione
delle persone, non delle merci, stabilendo uno stretto legame tra la costruzione
di rigide barriere di contenimento dei migranti e normative interne che alzano
i livelli di discriminazione nell’accesso al lavoro, la segregazione
abitativa, l’emarginazione politica.
“
Milioni di passi” (e di persone) che necessitano di informazioni, quasi
sempre raccolte in forma orale, avvolte in una rete di immigrazione informale
a cui appoggiarsi, in assenza dello Stato.
Nel moderno processo di costruzione dei confini e di spartizione delle aree
di influenza economica, “l’inclusione territoriale”, ovvero
il potere dello Stato di concedere o negare il diritto di accesso e cittadinanza
ai nuovi migranti, è componente essenziale dei meccanismi di ordine
e controllo sociale, fondati sul potere di esclusione.
Un tema che, come stiamo imparando a conoscere, tocca molto da vicino la gran
parte della minoranza Rom o almeno, buona parte dei due terzi di quei 10 milioni
che si ritiene vivano tra i Carpazi e i Balcani.
Si tratta per lo più di comunità posizionate ben al di sotto
delle fonti di sostentamento vitali, messe ai margini dalle ristrette forme
di protezione sociale, penalizzate dagli squilibri distributivi delle risorse
interne, prese di mira da rigurgiti di violenza e razzismo nella società.
Nel “Rapporto finale sulla situazione di Rom, Sinti e Viaggianti - 2006”,
il Commissario europeo per i diritti umani Gil Robles, affianca un nuovo termine
al lessico politico corrente per descrivere la situazione politica all’interno
dei Paesi dell’Unione e le discriminazioni che accompagnano la minoranza
rom: “fastidio”.
In Italia, paese il cui tasso di “fastidio” non è certo
minore alla media europea, i casi di violazione dei diritti privati ai danni
dei Rom compiuti dalle Istituzioni, sono da tempo oggetto di attenta osservazione
degli organismi internazionali che non mancano di denunciarne periodicamente
la deriva autoritaria e gli abusi.
Come
ad esempio, nei casi di interventi amministrativi, apparentemente imparziali,
o di applicazione delle “normative vigenti” da parte di Enti
Locali e Prefetture.
I provvedimenti più ricorrenti che riscontriamo fanno esplicito riferimento
alla salvaguardia della salute pubblica, messa a repentaglio dalle precarie
condizioni igienico sanitarie registrate negli insediamenti che, lungi dal
prevedere delle possibili alternative, collocano i rom come soli soggetti passivi
di operazioni repressive o discriminatorie, seguite dalla distruzione dei beni
privati dei singoli, dagli sgomberi coatti o da espulsioni in massa.
La rinuncia al dialogo e a soluzioni migliorative non solo temporanee, si accompagnano
spessissimo alla rottamazione degli strumenti normalmente in uso nel diritto
amministrativo e penale, eludendo la ricerca di una mediazione dei conflitti
e svelando l’esistenza di un parallelo “trattamento istituzionale
differenziale”. L’immagine sociale che ne emerge è quella
centrata sulla devianza, il disturbo e la pericolosità sociale che vanno
pertanto sanzionati e disciplinati anche o soprattutto attraverso la inflessibile “neutralità” del
diritto.
Le comunità rom e sinte rappresentano circa il 3 x mille della popolazione
nazionale, sono cioè tra le meno numerose in Europa, e per circa la
metà sono composte da cittadini italiani.
Non
presentano neppure una concentrazione territoriale significativa, che ne possa
consentire una “localizzazione” percentualmente significativa.
Non sono infatti una minoranza “territoriale”, ma una “minoranza
diffusa”.
Difficilmente ascrivibili all’interno di un singolo “territorio”,
vale a dire ad una porzione di spazio delimitata da un agire politico unitario
e centrale, rom e sinti sfuggono alla logica “territorialista” che
prevale nella gestione delle cosiddette “minoranze”. Di fronte
alla logica “territorialista”, entrano in gioco la geografia politica
e il rapporto sulla relazione tra luogo certo / cultura certa, su cui si fonda
l’intera costruzione geografica politica della modernità, basata
sul sistema degli stati-nazione (Massey, Jess, 1995).
Nel 1999 i Rom sono stati esclusi dal legislatore dal riconoscimento dello
status di “minoranza linguistica nazionale” e quindi dalle previste
azioni di “tutela”.
Accanto alle “percentuali numeriche legate al territorio” è prevalso
un antico ostracismo politico, il cui effetto principale è quello di
disconoscere che i Rom e i Sinti sono parte integrante e vitale del nostro
tessuto sociale, con culture e soprattutto una lingua propria (il romanès),
al pari di quei quasi 2 milioni di italiani divisi in 21 “etnie” che
hanno origini e tradizioni lontanissime.
La “questione rom” rimane dunque stretta nella morsa soffocante
di politiche nazionali e locali demagogiche, ancorate a indirizzi generali
che privilegiano “il controllo e la solidarietà”, anziché puntare
con maggiore convinzione sulla partecipazione diretta delle rappresentanze
rom.
Il “disconoscimento”, costituisce l’involucro irrinunciabile
per la costruzione di un immaginario sociale negativo diffuso, che spegne sul
nascere gli interrogativi sull’equità delle politiche pubbliche
e abbassa l’attenzione sugli episodi di razzismo presenti nella società,
nelle sedi istituzionali, nei mezzi di informazione.
Nel nostro Paese, stiamo vivendo una fase delicata per la possibile estensione
a larghe fasce di cittadini di diritti civili non ancora riconosciuti, come
nell’ambito delle unioni familiari, o di norme che rendano possibile
l’acquisizione della cittadinanza per chi non ha altro luogo giuridico
o culturale di appartenenza, o ancora per il superamento di una legislazione
palesemente discriminatoria in materia di immigrazione, ricongiungimenti e
lavoro.
Questa occasione potrebbe tramutarsi anche in opportunità per riconsiderare
le “politiche” in corso su questo tema specifico e riprendere il
dialogo interrotto con le comunità rom e sinte, superando le pregiudiziali
comuni e lo stridente “differenzialismo culturalista” che producono
solo nuovi “confini”.
Maurizio Pagani
Giorgio Bezzecchi
Opera Nomadi Milano
Fotografie di Paolo Poce
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