Diritti e riconoscimento culturale

Con l'ingresso di Bulgaria e Romania, i Rom sono diventati la più numerosa minoranza dell'Unione Europea con oltre 10 milioni di individui.
Le politiche sociali e le politiche anti discriminatorie vengono indicate come una priorità dalle istituzioni europee che rimandano ai governi nazionali la realizzazione di condizioni di pari opportunità nell’accesso al lavoro, educazione, alloggio, salute e il necessario quadro normativo per esercitare i diritti civili e la partecipare ai processi decisionali.
In Italia, paese in cui secondo alcune stime la presenza dei Rom e Sinti non supererebbe le 150.000 persone, il tema della partecipazione alle scelte politiche e di indirizzo rivolte a questa popolazione, ha fatto emergere un bilancio particolarmente negativo anche nel corso del 2006, nonostante siano da registrare con interesse le iniziative interministeriali degli ultimi mesi dell’anno che hanno portato ad avviare un tavolo di confronto tra il Ministero degli Interni e della Solidarietà Sociale, Regioni, Province, Comuni, associazionismo.
Tuttavia, se una delle proposte più interessanti fin qui emerse è quella di una di legge che affronti le molte complessità di questa spinosa questione, adeguandosi e recependo le varie direttive europee, permangono seri dubbi circa l’opportunità di dar luogo ad una legislazione specifica, a lungo storicamente avversata.
Occorre altresì tener ben presente la situazione reale, che vede la maggior parte delle comunità di Rom e Sinti in posizione svantaggiata nei settori dell'impiego e della casa come nei sistemi scolastici e della sanità, privati dell’opportunità di partecipare ai relativi processi decisionali.
La nostra attenzione non deve trascurare le nuove proposte e modelli attorno a cui si costruisce il rapporto con le Istituzioni, assumendo una posizione esplicita di condanna circa quei cambiamenti culturali e normativi in atto in varie parti delle regioni italiane, come ad esempio l’imposizione di un “Patto di legalità e socialità sperimentato a Milano” per i rom rumeni insediati nelle strutture comunali, o il “modello Formigoni” di Brescia, che se pur non hanno un valore “generalizzabile”, hanno raccolto un‘adesione inedita e preoccupante nella società, nelle forze politiche, nell’associazionismo.
A partire dai processi locali, le proposte avanzate alle istituzioni centrali cercano sovente una fuga nella ricerca di soluzioni generali, attraverso l’estensione normativa di “patti” e piani territoriali lontani dalla realtà sociale, ma che confermano il tentativo di coniugare le politiche sicuritarie a interventi di solidarietà di solo carattere emergenziale e di breve periodo.
Ragionare sulle politiche locali nei confronti delle minoranze rom e sinti significa inoltrarsi in un labirinto di pratiche discriminatorie striscianti e talvolta anche esplicite, veri esempi di “discriminazione istituzionale” da parte di poteri pubblici che dovrebbero essere garanti dell’universalismo dei diritti (Ambrosini 2006).
Le comunità zingare, spesso confuse o sovrapposte all’idea dello straniero, restano al di fuori della pur precaria accettazione economica dell’immigrato, interamente consegnate ad una visione allarmistica che disegna la relazione con la società maggioritaria.
E’ di pochi giorni fa la notizia di un’iniziativa parlamentare di alcuni deputati della repubblica, sostenuta da un gruppo trasversale degli schieramenti della destra e della sinistra, per istituire una commissione d’inchiesta sulla condizione dei minori e delle donne nelle comunità rom.
Entrano così in gioco i meccanismi del pregiudizio, un linguaggio stereotipato che crea barriere molto più insormontabili e lugubri di una qualsiasi recinzione fisica, la generica definizione di minoranza senza attenzione per le articolazioni interne e le differenze individuali, il confinamento urbanistico ai margini della società insieme all’idea stessa che la condizione dei rom “sia così per cultura”, sempre però supposta come rigida e immodificabile e slegata dal contesto più generale.
“Il potere di definire è uno strumento fondamentale nelle mani di chi detiene il potere per razionalizzare e gestire coloro che sono percepiti come estranei/stranieri/diversi; allo stesso tempo, le etichette tracciano i confini all’interno dei quali coloro che sono etichettati possono giocare la loro partita politica e costruire le loro domande e le loro chances di promozione sociale” (Sigona, 2005: 281).
Di fronte a tutto ciò, è necessario riaffermare con chiarezza che la marginalità delle popolazioni rom e sinte è anzitutto la conseguenza di processi di segregazione ed esclusione dalla vita sociale e culturale.
Il disconoscimento culturale nei confronti di rom e sinti non è venuto meno nel nostro Paese ma si è accresciuto, anche in virtù del mancato riconoscimento legislativo della lingua e cultura Romanì.
E questo, nonostante la ”diversità culturale” sia universalmente riconosciuta come un patrimonio dell’umanità intera, secondo la Dichiarazione adottata all’unanimità da 185 Stati membri dell’UNESCU il 21 Novembre 2001.
In essa si afferma che la “diversità culturale è la principale forza creativa delle società umane, perché è dalla diversità che nasce la creatività”. Nel mondo si contano quasi 7.000 comunità e altrettanti lingue parlate. La pluralità linguistica si esprime così anche in differenti visioni della società, approcci culturali, scale di valori, credenze religiose e pratiche sociali.
La riscoperta e la valorizzazione della cultura rom, lontana da tentazioni culturalistiche o stereotipate, può contribuire a riscattare dalla stigmatizzazione e dalla subalternità i gruppi zingari ancora impropriamente definiti nomadi, pur non trascurando che in primo luogo il problema dei rom e sinti si presenta come una questione di politica sociale e di esclusione dalle risorse pubbliche.
Tuttavia, secondo una corrente di pensiero ancora molto diffusa, i rom non sarebbero integrabili nella nostra società, scaricando così esclusivamente su di loro le responsabilità ed evitando di analizzare la complessa relazione che chiama in causa i modi dello scambio tra le parti sociali, i comportamenti delle comunità locali, le politiche delle amministrazioni locali e quelle delle regioni e dello stato centrale.
Eppure, la libertà di scegliere il proprio modello di integrazione presuppone proprio la disponibilità di un minimo di quelle risorse che lo rendano possibile, come l’accesso e il sostegno alla casa, istruzione, lavoro, salute.
Com’è noto, le mino¬ranze rom e sinte rappresentano non solo un caso estremo di mancata integrazione ma, anzitutto, un caso di integrazione mai perseguita fino in fondo, che con azzeccata sintesi Sigona ha definito “cittadinanza imperfetta” .
La costruzione sociale del “problema zingari” utilizza specifiche chiavi interpretative, che si alimentano delle rappresentazioni e delle immagini collettive comunicate nel discorso pubblico. E’ necessario ad esempio met¬tere in discussione i luoghi comuni interpretativi che riducono la questione a misura degli stereotipi: quelli che individuano nella presenza di comportamenti “devianti” la causa della mancata accettazione da parte della maggioranza; quelli che riconducono la questione ad un problema di “compatibilità culturale” ecc. Si tratta in sostanza di un lavoro di decostruzione del problema, per poi ricostruirlo in modo da renderlo trattabile. Si tratta essenzialmente di intervenire nella comprensione tra condizione di marginalità ed isolamento, pregiudizio, rifiuto e devianza: per poi legare in un unico sistema l’interpretazione della marginalità zingara, gli stereotipi e i pregiudizi nei confronti di queste popolazioni, la consapevolezza degli ostacoli all’integrazione e la costruzione delle politiche (Tosi 2006).
Scrive lo storico Andrea Zanardo nel suo saggio sugli “cingari” nella Lombardia spagnola, riprendendo le parole del Manzoni nè “I Promessi sposi”: “Quelle grida, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l’impotenza dei loro autori”.
Dalla fine del medioevo alla nascita degli stati moderni fino ai giorni nostri bandi, grida e ordinanze diventano sempre più rigidi, respingendo i Rom lungo i confini di una città o di uno Stato, in cui l’organizzazione politica è più fragile o frammentaria, costringendoli a processi di tipo adattivo che comportano una sostanziale riduzione di opportunità.
La politica degli sgomberi è un atto di inciviltà e di irresponsabilità amministrativa, e come tale và respinta.
La scelta dei territori e la possibilità di trovare accoglienza, è da sempre il risultato di un complesso rapporto storico e sociale tra la società maggioritaria e le comunità rom.
In Europa e solo marginalmente in Italia, assistiamo alla ripresa di un’antica diaspora territoriale dei rom dell’area balcanica, che segue la disgregazione politica e sociale di regimi autoritari dell’est e le guerre nazionaliste jugoslave degli anni ’90.
Un processo migratorio che si struttura alla ricerca di nuove opportunità economiche e sociali che vengono a crearsi all’estero, come anche o soprattutto sugli squilibri economici e i cambiamenti politici interni.
“ Migrazioni forzate” che si scontrano con i limiti posti alla libera circolazione delle persone, non delle merci, stabilendo uno stretto legame tra la costruzione di rigide barriere di contenimento dei migranti e normative interne che alzano i livelli di discriminazione nell’accesso al lavoro, la segregazione abitativa, l’emarginazione politica.
Nel moderno processo di costruzione dei confini e di spartizione delle aree di influenza economica, “l’inclusione territoriale”, ovvero il potere dello Stato di concedere o negare il diritto di accesso e cittadinanza ai nuovi migranti, è componente essenziale dei meccanismi di ordine e controllo sociale, fondati sul potere di esclusione.
Se così è davvero, non dobbiamo tacere le gravi responsabilità che lo Stato italiano ha nei confronti di quelle poche migliaia di cittadini, tra cui moltissimi bambini, che non hanno né possono avere diritto ad alcuna cittadinanza.
E mi riferisco in particolar modo alle tragedia dei rom della ex Yugoslavia e delle loro famiglie, per cui non vi è alcun riconoscimento né futuro alcuno.
Nel “Rapporto finale sulla situazione di Rom, Sinti e Viaggianti del 2006”, il Commissario per i diritti umani Gil Robles, introduce un nuovo termine nel lessico politico corrente per descrivere la situazione politica all’interno dei Paesi dell’Unione e le discriminazioni che accompagnano la minoranza rom: “fastidio”.
In Italia, paese il cui tasso di “fastidio” non è certo minore alla media europea, si ripetono i casi di violazione dei diritti privati ai danni dei Rom compiuti dalle stesse Istituzioni che, come nel recente caso del Comune di Opera, alle porte di Milano, rischiano di innescare una speculare violenza immotivata tra i cittadini e alcune forze politiche che alimentano l’odio e il razzismo .
La rinuncia al dialogo e a soluzioni alternative non solo di carattere temporaneo, si accompagnano spessissimo alla rottamazione degli strumenti normalmente in uso nel diritto amministrativo e penale, eludendo la ricerca di una mediazione dei conflitti e rivelando l’esistenza di un parallelo “trattamento istituzionale differenziale”.
Le comunità rom e sinte rappresentano circa il 3 x mille della popolazione nazionale, sono cioè tra le meno numerose in Europa, e per circa la metà sono composte da cittadini italiani.
Non presentano neppure una concentrazione territoriale riconoscibile, che ne possa consentire una “localizzazione” percentualmente significativa.
Non sono infatti una minoranza “territoriale”, ma una “minoranza diffusa”.
Difficilmente ascrivibili all’interno di un singolo “territorio”, vale a dire in una porzione di spazio delimitata da un agire politico unitario e centrale, rom e sinti sfuggono alla logica “territorialista” che prevale nella gestione delle cosiddette “minoranze”.
Disconoscimento e politiche legate alla sicurezza, costituiscono dunque l’involucro irrinunciabile per la costruzione di un immaginario sociale negativo diffuso, che spenge sul nascere gli interrogativi sull’equità delle politiche pubbliche e abbassano l’attenzione sugli episodi di razzismo presenti nella società, nelle sedi istituzionali, nei mezzi di informazione.

Alcune proposte conclusive:

Proviamo quindi a indicare alcuni punti a partire dai quali si possa pensare, definire e realizzare una possibile, percorribilissima e auspicabile politica propositiva.
l primo obiettivo è quello della costruzione di una sicurezza insediativa che non rincorra i bisogni emergenziali, senza per questo tacerli o ignorarli.
La definizione di un rapporto certo col territorio è condizione necessaria per dare stabilità e permettere di riconoscere quanto di positivo è stato fatto finora. Per il futuro, occorre sostenere attivamente le famiglie rom per il superamento delle condizioni marginali o per fornire delle valide alternative ai “campi o villaggi nomadi comunali”, ancora oggi l’unica risorsa pubblica più o meno disponibile.
Secondo obiettivo: la scolarizzazione. Non basta inserire i bambini rom e sinti nella scuola così com’è. Serve una scuola che abbia le risorse e le capacità per rinnovarsi continuamente ed essere un luogo dove anche i piccoli rom, dalla materna alle medie, accedano alla cultura italiana avendo la possibilità di conoscere e studiare la lingua, storia e tradizioni del proprio popolo.
Per un proficuo processo interculturale che arricchisca il percorso educativo di tutti gli alunni, è indispensabile sostenere la formazione e l’inserimento dei “Mediatori culturali rom” nelle scuole.
Terzo obiettivo: la salute. L’alto tasso di natalità s’intreccia con indici preoccupanti di morbilità e mortalità e con una speranza di vita mediamente più bassa di 20 – 30 anni se paragonata con il resto della popolazione.
Particolarmente colpiti sono la popolazione femminile e la prima infanzia, ma non possiamo ignorare l’insorgenza di “patologie da ghetto” nei luoghi di vita, la mancanza di una cultura della prevenzione, l’esorcizzazione della malattia attraverso la negazione del sintomo, le difficoltà di accesso al servizio sanitario nazionale.
Quarto obiettivo: il lavoro. Per secoli i rom sono stati portatori di professionalità e di attività lavorative complementari ai bisogni della società ospitante. Occorre rinnovare la strada delle professionalità tradizionali per consolidarle e / o trasformarle in modo che si possano adattare all’attuale mercato del lavoro. Incentivare la formazione di cooperative già presenti in alcune comunità, sostenere la formazione professionale dei giovani e le attività autoimprenditoriali, valorizzando il ruolo femminile.
Infine, formare operatori rom al servizio delle loro comunità.
La ripresa di una serena convivenza tra i cittadini e le comunità rom e sinte è possibile, a partire dal riconoscersi come concittadini con pari diritti e pari opportunità.


Maurizio Pagani
Consigliere Nazionale
Vicepresidente Opera Nomadi Milano