Riflessioni che precedono il Seminario promosso dall’ISMU – Milano
13 Giugno sul tema dell’abitare e delle politiche pubbliche rivolte
alla minoranza Rom - Sinti:
Alcune domande che non trovano risposta.
Immaginiamo per un momento che l’Assessore alla Famiglia e Politiche
Sociali del Comune di Milano, Mariolina Moioli e Don Colmegna, “illuminato” leader
del volontariato milanese (definizione di Zita Dazzi da Repubblica ondine – giugno
2007), nonché “saggio” bipartisan ispiratore dei patti
di solidarietà e legalità fatti propri dal Sindaco Moratti,
decidano di confrontarsi apertamente con i cittadini e le associazioni sui
risultati conseguiti dopo un anno di governo della “problematica” rom.
Troppo? Forse…
Immaginiamo allora, più semplicemente, che il 13 Giugno, nel dibattito
che seguirà all’incontro promosso dell’ISMU su una recente
ricerca condotta a Milano e Lombardia, vengano loro poste poche ma semplici
domande che fino ad oggi non hanno trovato risposta .
Ad esempio queste:
Premessa
Il dibattito pubblico sulla “questione rom” è ormai legato
ai soli aspetti emergenziali, posti dalla presenza dei gruppi rumeni che
in misura più evidente e drammatica sollevano la questione abitativa.
Tutto ciò nonostante da parte delle Istituzioni non vi sia alcun piano
convincente di accoglienza e inserimento. Diviene quindi sempre più difficile
porre all’attenzione dell’opinione pubblica e dei politici locali
il significato e l’interesse per interventi che in misura meno demagogica
e più costruttiva affrontino i problemi di ogni giorno fornendo nel
tempo delle risposte utili e convincenti.
Ma è proprio su questo piano di confronto, cioè su quanto è stato
fatto a Milano negli anni passati, pur tra molti limiti, che intendiamo confrontarci
pubblicamente.
1) Da c.ca 14 anni, 11 mediatrici rom lavorano nelle scuole primarie milanesi
per favorire l’inserimento e la frequenza dei c.ca 500 bambini rom
e sinti (altre 4 lavorano in 2 consultori familiari con le madri e i nuclei
familiari, 1 nel carcere di Bollate, 1 nei servizi sociali territoriali).
L’alta professionalità conseguita, che costituisce l’unico
esempio di un tale livello finora raggiunto in Italia, certificato nel caso
della scuola dall’Università Milano – Bicocca (Dipartimento
dei Scienze della Formazione Primaria) e dall’Ufficio Scolastico Provinciale
(nonché sottoscritto nel 2005 con un Protocollo d’Intesa tra
l’Opera Nomadi Nazionale e il Direttore Generale all’Istruzione
del MIUR, Dott.ssa Moioli, oggi Assessore del Comune di Milano), ha consentito
di raggiungere risultati importantissimi in questo settore. Perché non
se ne parla mai, portando questa significativa esperienza ad esempio di positiva
integrazione delle comunità rom e sinte nella città di Milano?
Perché il destino professionale di queste lavoratrici viene sempre
lasciato in un inaccettabile precario futuro? Perché la convenzione
sottoscritta anche quest’anno con l’Opera Nomadi ha avuto luogo
solo a giugno, a fine anno scolastico, e non si saprà se riprenderà nel
mese di settembre, lasciando nell’incertezza e nel caos le scuole?
2) Nell’ultimo decennio sono sorte a Milano 3 Cooperative Sociali Rom
che hanno svolto un’interessante attività nell’ambito
della prestazione di servizi e di occasione di promozione e recupero dei
giovani che vivono nelle comunità rom. Non meno di 50 persone, tutte
appartenenti alle comunità dei rom italiani insediati nei “campi
comunali”, lavorano oggi in condizioni di grande incertezza per il
loro futuro professionale e di frustrazione morale per il disinteresse istituzionale
che avvertono attorno a questa esperienza, da quando cioè la nuova
amministrazione comunale ha annunciato “cambiamenti” senza indicarne
il perché e in quale direzione. Dal I di Luglio anche queste esperienze,
tra le poche, anche in questo caso, che possono costituire in Italia un punto
fermo di riferimento per le politiche sociali nei confronti della minoranza
Rom, rischiano di non avere continuità.
3) Si fa un gran parlare dell’emergenza rumeni, di via Triboniano e
della necessità di stipulare dei Patti di legalità e socialità ,
i cui controversi risultati per una volta non vogliamo qui trattare per dare
spazio ad altro, dimenticandosi che la maggior parte delle comunità rom
e sinte sono insediate stabilmente da decenni sul territorio milanese, dentro
e fuori i “campi nomadi”, senza alcun progetto di promozione
sociale sostenibile. Come si può pensare che senza un dialogo continuo
e costruttivo tra le comunità rom e i cittadini delle zone in cui
sono presenti si possano costruire percorsi efficaci e positivi di convivenza,
fornendo opportunità concrete di inserimento sociale e professionale
e ricevendo così una risposta significativa anche in termini di legalità e
sicurezza? L’abbandono di queste politiche attive, di promozione e
partecipazione, non costituiscono forse la prova più evidente di un
sostanziale abbandono delle politiche di governo del territorio?
4) I campi nomadi costituiscono ancora l’unica esperienza praticata
di inserimento abitativo patrocinata dalle amministrazioni comunali. Ma com’è possibile
che anche le più recenti iniziative pubbliche puntino solo alla realizzazione
di nuovi insediamenti, di dimensioni numeriche nettamente superiori ai precedenti
e quindi destinati solo a creare nel tempo disagio, separazione, conflittualità,
rinunciando alla ricerca di soluzioni alternative, di un reale accesso per
i nuclei di nuova formazione alle abitazioni convenzionali o all’autoproduzione
abitativa, cioè di carattere autonomo e per piccoli gruppi familiari?
Queste naturalmente sono solo alcune domande e riflessioni che avremmo voluto
da tempo porre all’attenzione degli amministratori locali o a chi,
accanto a loro in questo momento cerca di monopolizzarne un esclusivo interesse
(Casa della Carità), che per sua natura dovrebbe invece essere pubblico
e aperto al confronto con i cittadini.
Ma per l’appunto si tratta solo di in un dialogo “immaginario”…