Milano e “il numero chiuso”: i Rom non ci stanno
a perdere il lavoro
In queste settimane stiamo assistendo ad un deterioramento dei rapporti
tra la società civile, la politica e le "comunità rom" senza
precedenti. In gioco non ci sono soltanto delle diverse sensibilità o
opinioni su cui impostare le proprie idee di governo delle città,
magari con l'appoggio bipartisan di una parte dell'opposizione, ma un vero
e proprio oltrepassare i limiti della comune e rispettosa convivenza. Quello
che ferisce non è solo un modo diverso di concepire e trattare con
pesi e misure differenti i rapporti tra soggetti sociali che non godono delle
stesse opportunità, ma la cattiva coscienza di chi indica oggi dall'alto
delle proprie responsabilità di potere "l'altro", il "rom",
come mera espressione di un disagio generalizzato che la società vorrebbe
in una qualche misura scrollarsi dalle spalle.
Ad un anno ormai dalla presentazione di un "piano strategico" da
parte del Comune per risolvere questa “questione” i risultati
raggiunti sono francamente sconfortanti.
Per la prima volta a Milano, abbiamo assistito alla realizzazione di un mega
campo destinato ad accogliere c.ca 700 persone, mentre in tutto il Paese
e in Europa da anni si chiede a gran forza di dare avvio ad una seria politica
dell'abitazione per le comunità rom e sinte che superi l'idea del "campo
nomadi" o "villaggio solidale", anche o soprattutto assegnando
a chi di loro ne ha diritto delle case o aiutandoli ad averne una.
Viceversa, alle famiglie Rom che hanno avuto accesso in via Triboniano è stato
chiesto di sottoscrivere un "Patto di legalità e socialità" che
sottolinea di fronte all'opinione pubblica solo l’esistenza di un radicato
pregiudizio che a volte sfocia in aperta discriminazione da parte delle autorità,
senza alcuna reale utilità pratica. A chi altro viene chiesta una
cosa analoga? O forse esiste di fronte alla legge la possibilità di
un trattamento differenziale degli individui in base all'origine culturale,
religiosa o quant'altro?
Le politiche sociali che per molti anni anche le giunte di centro destra
hanno portato avanti in questa città, oggi si perdono nel "buco
nero di via Triboniano" che tutto attrae e tutto si porta via.
Eppure i Rom e i Sinti sono "molti", circa 5 mila, per la metà italiani
di nascita o di prossima cittadinanza.
Queste piccole comunità vivono da alcuni decenni nelle periferie della
città, conquistandosi giorno dopo giorno il diritto di rimanerci e
il rispetto dei vicini, come nel caso di via Idro dove, proprio dalle pagine
del Corriere della Sera leggiamo oggi, con grande preoccupazione e sconcerto,
dell’eventualità dell’arrivo degli ultimi sfollati di
via Triboniano.
“
Comunità” dai tanti nomi, come i Rom Harvati e i Rom Abruzzesi
che hanno espresso il "meglio" della loro cultura e stile di vita
moderno aprendosi al confronto con la società, consentendo l’avvio
ben 14 anni fa dell’esperienza delle mediatrici culturali rom nelle
scuole e nella sanità, o ancora di 3 cooperative sociali che hanno
impiegato in pochi anni 50 giovani in stabili attività lavorative.
Sì, perché anche i Rom lavorano e oggi sono fortemente preoccupati
di perdere il loro posto solo perché queste straordinarie esperienze
rischiano di essere ignorate e messe da parte dal Comune, già dal
prossimo inizio del mese di Luglio.
A cosa ci può condurre tutto ciò? Forse a far nascere delle
vere e proprie banlieu nostrane impermeabili ad ogni contatto con la società?
O forse davvero ci illudiamo che proclamando in modo demagogico l'applicazione
di un "numero chiuso" ai Rom si possano correggere quelle profonde
distorsioni che sono entrate nel modo di agire delle Istituzioni e che non
facilitano anzi aggravano il contrasto alle forme di devianza e di violenza
presenti anche in queste comunità?
Maurizio Pagani
Vicepresidente Opera Nomadi Milano