Ostracismo culturale e ideologia differenzialista
Nuove politiche e antiche abitudini
Definire chi siano gli zingari è sempre stato un compito
arduo, per l’individuazione delle caratteristiche non univoche dei gruppi
ma di quello che li accomuna, per le denominazioni che sono state loro attribuite
nel corso del tempo o per quelle che essi stessi hanno scelto di far proprie.
Nemmeno la lingua parlata, il romanès, ha sciolto del tutto i dubbi
e le incertezze, derivando da pancriti ed altre forme antiche medio indiane
non attestate, con successive contaminazioni linguistiche dei territori attraversati.
L’arrivo degli zingari in Europa segue il destino di popoli diversi,
alcuni dominanti ed altri dominati, in balìa di vicende politiche, lotte
religiose, pestilenze, carestie e della guerra, mentre sullo sfondo tramonta
l’universalità del Sacro Romano Impero e le nazioni si assestano,
dando inizio ai processi di formazione degli Stati moderni.
Leggende e maledizioni suscitano nell’immaginario medievale curiosità,
stupore, superstizioni, pregiudizio ecclesiastico e popolare, alimentate da
cronache e racconti di viaggiatori, pellegrini e missionari che descrivono
il transito delle carovane degli uomini neri che si uniscono a una grande ondata
migratoria di individui che si muovono per bisogno.
Ben presto, i cambiamenti nella società modificano la forte concezione
religiosa della vita umana che attraverso la fede condizionava tutti gli aspetti
dell’esistenza e, messo da parte lo status di pellegrini penitenti protetti
da salvacondotti che ne assicuravano la libera circolazione, gli zingari si
ritroveranno a condividere la sorte riservata dai tribunali dell’Inquisizione
a eretici, streghe ed ebrei.
Abili fabbri o calderai neri, quasi una signoria del fuoco che manovra con
arte il mistero e la magia dei metalli, di volta in volta verranno perseguitati
come ladri e imbroglioni o reclutati da castellani e signori della guerra suscitando
sentimenti contrastanti di considerazione e disprezzo.
Con gli ebrei, le genti rom avranno molto più in comune di quanto non
si pensi, condividendo per tutto il Medioevo la responsabilità di aver
preso parte alla Passione di Cristo e a false accuse di congiure ordite per
uccidere i cristiani, a cui seguiranno vere e proprie cacce all’uomo
fomentate dalle autorità e dalle popolazioni.
Ma i rapporti tra gli zingari e le popolazioni locali non saranno sempre improntati
alla sola diffidenza e intolleranza, potendo contare anche sul loro appoggio
e ospitalità e sulla possibilità di usufruire della legge per
tutelarsi come normali cittadini.
Le politiche di repressione, espulsione e assimilazione forzata proseguiranno
nel ‘700 anche durante il secolo chiamato dei lumi, un movimento di idee
fondato sulla forza della ragione dell'uomo e della scienza, la tolleranza,
la libertà di giudizio quali strumenti di lotta contro l'ignoranza,
l’oscurantismo e la superstizione.
L’esaltazione positivista ottocentesca della scienza e della concretezza
e oggettività dei fatti da essa studiati, in contrapposizione alle astrattezze
e alle fantasticherie delle religioni e delle concezioni metafisiche in genere,
si accompagneranno a un rafforzamento del controllo sociale e politico dei
cittadini e del territorio, introducendo attraverso la concezione poliziesca
prussiana la nozione di ordine pubblico.
Alla diminuzione del numero dei provvedimenti legislativi contro gli zingari
si accompagnerà un inasprimento del codice penale e dei provvedimenti
di pubblica sicurezza per colpire l’ozio e il vagabondaggio, insieme
al consolidamento sul piano scientifico di pregiudizi e teorie razzistiche
eugenetiche e antropologiche scatenatisi in tutta Europa.
Nella Germania Guglielmina e sotto la Repubblica di Weimar gli zingari verranno
considerati alla stregua di un pericolo sociale incorporato nella questione
urbana, arrestati e ricondotti a uno stile di vita più conforme alle
norme sociali.
Ma sarà con l’ascesa al potere del Nazismo nel 1933 e con l’appoggio
delle dittature fasciste collaborazioniste che la violenta politica discriminatoria
e persecutoria nei confronti del popolo Rom giungerà al suo culmine.
Si metterà in moto un processo inarrestabile per edificare una nuova
comunità di popolo che escludesse tutti gli estranei, o coloro i quali
da quel momento in avanti vennero ritenuti tali secondo i criteri di selezione
dell’igiene della razza posti a fondamento dell’identità del
nuovo Stato.
Nel dicembre ’42 Himmler firmerà l’ordinanza per la deportazione
degli zingari ad Auschwitz.
Dal gennaio ’43 inizieranno a transitare i primi convogli dalla Prussia
orientale, Bulgaria, Romania e Ungheria dando inizio allo sterminio di centinaia
di zingari in tutta Europa.
Gli zingari non si sono mai del tutto affrancati dallo stigma dell’asocialità e
pericolosità e dall’accusa di essere portatori di un istinto al
nomadismo, il Wandertrieb, elaborato da Eva Justin, già collaboratrice
del neurologo tedesco Robert Richter, fondatore dell’Istituto di Igiene
Razziale.
Curiosamente, la società contemporanea nel suo significato post moderno
presenta forti elementi di nomadismo in cui si ritrovano la ricerca di stanzialità e
mobilità, la precarietà subita nel mondo del lavoro e l’impossibilità di
assumere impegni di vita stabili e duraturi.
In Italia, fin dal primo dopoguerra i Rom continuarono a vivere ai margini
della società mantenendo la propria vocazione indipendente.
Ma a partire dagli anni ’60 lo sviluppo economico e i cambiamenti sociali
determinarono l’abbandono del nomadismo, o più propriamente di
uno stile o filosofia di vita ad esso riconducibile, lasciando crescere anziché rimuovere
l’esistenza di steccati culturali e pregiudizi che ancora ci separano.
Tra le conseguenze della separazione sociale, l’identità romanì sembrerebbe
dover oggi affrontare le forti difficoltà per superare il pericolo di
una fissazione culturale e stereotipica, recuperando in fretta una strumentalità oggettiva
per operare e non subire delle scelte.
I cambiamenti nelle abitudini di vita e l’aumento delle difficoltà di
insediamento e spostamento nelle città degli ultimi trent’anni,
hanno infatti modificato in profondità, e spesso in negativo, i riferimenti
collettivi, i principi di responsabilità, il dinamismo delle comunità e
le strategie economiche.
L’impossibilità di muoversi ha ristretto l’orizzonte della
narrazione orale che accompagna il “viaggiante”, cioè la
capacità di produrre cambiamento e nuova identità attingendo
alle suggestioni di un’esperienza storica e sociale più ampia.
Certo, nel frattempo sono cambiati i mezzi di trasporto e comunicazione, le
distanze si sono fatte più brevi, le roulottes hanno sostituito i carretti,
i camper le roulottes e accanto ad esse, appena possibile, vengono costruite
delle casette, in una ubriacatura della globalizzazione che si alterna alla
riscoperta della dimensione localistica, con i suoi prodotti, luoghi, tradizioni
alla ricerca di sicurezza.
Tutto ciò è però pesato in modo evidente soprattutto sui
giovani, cresciuti nelle riserve cittadine, i cosiddetti campi nomadi, guardati
con sospetto e diffidenza dalle Amministrazioni Comunali e permeati da un senso
di esclusione e da tutte le forme possibili di negazione e demonizzazione.
Il futuro davanti a loro sembra essere già scritto, relegandoli in un
limbo al di fuori dello spazio pubblico vitale, verso l’isolamento e
la trappola mortale di un abbraccio devastante con la devianza diffusa e i
suoi modelli.
Anche sul piano sociale e familiare si intravede dunque il rischio di una riproposizione
di spenti e monotoni simulacri culturali che non riempiono alcun vuoto esistenziale
o identitario.
Eppure i Rom, a dispetto del rifiuto che li accompagna e del disimpegno col
quale si sottraggono al conflitto, ricompaiono ciclicamente nell’immaginario
collettivo e nell’agenda politica.
Dopo il disfacimento nei primi anni ’90 della Repubblica Federale Yugoslava,
con il seguito di terribili guerre nazionaliste che hanno spostato dall’area
balcanica non meno di due milioni di Rom verso occidente, i processi di unificazione
europea hanno riproposto la complessità e problematicità della
più numerosa minoranza transazionale che conta circa 10 – 12 milioni
d’individui.
Attanagliati, da est a ovest, da una condizione di forte deprivazione sociale
e miseria economica, i Rom non sono però una minoranza dominante in
alcun campo.
Non lo sono nell’ambito dell’economia, della politica, della cultura,
della lingua.
Quindi il loro peso politico è quasi del tutto irrilevante o non spendibile
secondo le logiche e i processi di rappresentanza della società maggioritaria.
Nel pensiero comune e nel linguaggio pubblico continuano a non essere associati
ad un luogo di origine certo e quindi di cultura certa, ma sono sempre oggetto
di categorizzazioni stereotipiche ridondanti, come l’essere nomadi, tentazione
e maledizione delle popolazioni sedentarie, trattati come un fastidio o un
peso per la società dominante.
Tuttavia, interrogarsi oggi sulla condizione generalizzata delle persone partendo
dalla dimensione romanì, sarebbe un po’ come gettare lo sguardo
oltre la casualità e l’ordine di una società fortemente
individualizzata che non concede attenuanti e risarcimenti verso i più deboli
e gli emarginati, ma che non risparmia in verità nessuno più.
E’ una sfida che si muove tra categorie spazio – temporali, culturali
e cognitive che andrebbero osservate da un punto di vista inusuale, quello
di un’alterità difficilmente decifrabile ed oscurata dai moderni
processi di inurbazione delle città e sviluppo dell’economia.
Non sorprende certo, ma preoccupa e indigna, il tenace pregiudizio politico
e discriminatorio che sotto forma di ostracismo e ideologia differenzialista
si rinnova fin dal primo gradino della Pubblica Amministrazione.
Gli Enti Locali appaiono lacerati dai propri compiti di governo del territorio
che imporrebbero scelte necessarie ma poco redditizie in termini di popolarità,
ma soprattutto risultano incapaci di trattare questa questione su un piano
di adeguate politiche pragmatiche di medio e lungo termine.
Sullo sfondo avanza l’insofferenza ottusa e a tratti violenta di una
parte consistente delle popolazioni autoctone, restie a concedere ascolto e
cittadinanza agli estranei che danno fastidio e minacciano l’illusione
di tranquillità e benessere.
In cima a questo infelice primato oggi ritroviamo un nemico per eccellenza,
i Rom Romeni, gli ultimi zingari giunti tra noi, emigrati nell’arco di
un decennio in Italia in non meno di 50.000 da condizioni di povertà estrema
ed emarginazione, che svelano il problema del vivere nelle baracche e del lavoro
nero e sottopagato, chiedono l’elemosina, si dedicano in parte ad attività criminali.
E’ un’emigrazione che segue l’esodo di un decennio prima
dalla sponda adriatica dei Balcani e che si muove dentro i nuovi confini europei,
scuotendo alcuni pilastri del garantismo e dello stato di diritto soggettivo
delle vecchie democrazie.
Il generico interesse culturalista degli ultimi decenni lascia dunque velocemente
il passo alle spinose problematiche sociali emergenziali, provocando un panico
morale tra la cittadinanza per il timore di un’invasione che non c’è,
ma alimentando un senso di insicurezza sempre più generalizzato, nell’indifferenza
che si trasforma facilmente in risentimento e odio.
E così, mentre da almeno due decenni a questa parte la Comunità Europea
richiama inutilmente le nostre Istituzioni al dovere e opportunità di
promuovere piani di azione organici ed integrati sui temi di fondo dell’abitare,
scuola, lavoro e salute, si fa sempre più esplicita l’assenza
di una visione complessiva del fenomeno, il ritardo legislativo, la scarsità delle
risorse investite, mentre a livello locale impazza la retorica demagogica e
accusatoria verso i Rom che irrompono ai margini delle città.
La lente mediatica offre un’informazione pressoché uniforme dei
fatti, oscurando una visione pluralista e spesso montando vere e proprie campagne
scandalistiche che rafforzano la costruzione del mito o dello stigma.
Il consenso politico di chi ha conquistato i favori dell’elettorato promettendo
l’allontanamento delle comunità zingare da questo o quel Comune,
ma che ora avverte la responsabilità di dover governare le città,
barcolla ed è più debole di fronte all’inasprimento dei
conflitti locali.
L’odio e il razzismo populista, pronti ad essere sdoganati in ogni competizione
elettorale, impediscono qualsiasi politica di buon senso, con un effetto boomerang
verso gli stessi protagonisti che lo avevano innescato.
E’ questo il caso di Milano e di altre grandi città che propongono
politiche comunali carenti sul piano dei contenuti ma smaccatamente ideologiche
e cariche di demagogia accusatoria.
Alla colpevolizzazione di un gruppo sociale in quanto tale e al rigetto, quasi
un autentico fastidio, verso le condizioni di miseria di chi vive nelle periferie
urbane, segue la puntuale rappresaglia delle istituzioni territoriali, la cui
cieca violenza si abbatte sulle improvvisate baraccopoli abitate da migliaia
di individui, amplificando i processi di ingiustizia e disumanizzazione della
coesione sociale.
Si parte dai numeri
Il censimento del territorio e di chi vi è presente consente sempre
di avanzare delle prime valutazioni oggettive: negli ultimi dieci anni, ad
esempio, il numero dei rom e sinti italiani e di quelli “balcanici” è rimasto
invariato, mentre era già aumentato significativamente quello dei Rom
Romeni ben prima dell’apertura delle frontiere nel gennaio 2007.
I fenomeni di povertà si sono spostati dalla “campagna alla città delle
baracche”, da Torino, Milano, Firenze, Roma, Napoli e oltre, con il moltiplicarsi
nelle zone periferiche di condizioni abitative di degrado, marginalità e
abusivismo.
La maggior parte dei flussi migratori dei Rom è stata infatti alimentata
dalla situazione economica disastrosa del paese d’origine e dalla domanda
di lavoro nei luoghi di destinazione in cui erano già presenti reti
sociali e familiari, ma hanno trovato solo scarse possibilità di inserimento
abitativo autonomo, per la bassissima offerta di alloggi nel mercato dell’edilizia
pubblica nazionale e per le speculazioni di quello privato.
Le autorità locali hanno risposto per lo più richiedendo l’inasprimento
di politiche generalizzate di contenimento dei flussi migratori, già dimostratisi
inadeguate a livello nazionale e introducendo talvolta il principio di un numero
chiuso nelle città, con l’intenzione di liberarsi, per decreto,
di un’umanità eccedente ma non eliminabile.
E’ il caso ad esempio della delibera votata dal Consiglio Comunale di
Milano nell’autunno del 2007 che troverà in seguito in tutta la
Provincia milanese un’applicazione estensiva e virulenta, dando luogo
a una vera e propria caccia allo zingaro con tanto di forze dell’ordine
a cavallo nei boschi del legnanese, l’istituzione di ronde e servizi
di polizia privata, la distruzione sistematica di beni e documenti individuali.
Non di meno è l’esempio di Roma e dell’allontanamento oltre
il raccordo anulare di migliaia di rom ammassati in grandi e anacronistici
campi nomadi.
In tutti i casi, i numeri effettivi monitorati nelle aree irregolari occupate,
la maggior parte, presentano sempre una forte discrepanza da quelli paventati
dalle Autorità, con il chiaro intento di minimizzare o amplificare i
fenomeni e la loro trattabilità secondo la convenienza politica del
momento.
Su scala nazionale, le più accreditare stime numeriche indicano oggi
una presenza complessiva di rom e sinti che non supererebbero le 160.000 persone,
un numero tra i più contenuti se raffrontato alla popolazione generale
e ai Rom presenti negli altri Stati europei.
Monopolio ideologico
La conoscenza dei dati quantitativi potrebbe dunque favorire un orientamento
pragmatico sull’adozione di politiche locali e nazionali, in quanto non
c’è una effettiva relazione tra numeri assoluti e ostilità crescente
verso i rom.
Tuttavia, la mancanza di una chiara volontà politica di far fronte alle
molteplici problematiche, impedisce anche l’acquisizione di risorse pubbliche
aggiuntive (ad esempio nell’ambito dei programmi della Comunità Europea),
trascurando investimenti che potrebbero migliorare la situazione.
Inoltre, la politica abitativa pubblica in più di un caso si è avvicinata
agli interessi economici degli imprenditori immobiliari privati, trascurando
gli interessi di rilevanza pubblica e spostando su un piano di conflitto ideologico
le strategie di investimenti strutturali o sociali necessari ad affrontarli.
Il sillogismo da cui il ceto politico, di destra ma anche di sinistra, si muove
e trae legittimazione è notevole: le persone in sovrappiù, benché subiscano
tacitamente condizioni di vita drammatiche, sarebbero colpevoli della loro
condizione.
Il problema diverrebbe quindi non tanto l’esistenza di uno slum o di
un campo nomadi per chi vive dentro, con le sue difficoltà e ambivalenze,
quanto per chi lo osserva da fuori sentendosi assediato.
Patto di Legalità e Socialità
Uno degli ultimi sbandierati strumenti di governo delle complessità sociali
urbane di mediazione del conflitto abitativo, sarebbe il cosiddetto Patto di
Legalità e Socialità, un insieme di regole scritte unilateralmente
da Comune di Milano, Provincia, Prefettura e Casa della Carità per la
gestione dei campi nomadi attrezzati.
Un provvedimento imposto con la forza e il ricatto, accetta e firma o te ne
vai, per l’acceso ai beni pubblici, che ha spianato la strada all’introduzione
di pratiche discriminatorie sul piano simbolico, cioè culturale e del
trattamento istituzionale di una parte di concittadini, trascurando la mancanza
di garanzie per chi è costretto a sottoporvisi.
Al di là dei rilievi costituzionali e civilistici che interessano tutti
i cittadini in quanto tali, non gli zingari come estrapolazione astratta di
una parte della cittadinanza, è interessante notare almeno 3 aspetti
che sono strettamente connessi a questa operazione.
Innanzitutto il carattere demagogico per le politiche abitative cittadine,
cioè la riproposizione di un’idea dell’abitare sociale interamente
consegnata alla realizzazione di campi nomadi, come unica soluzione e prospettiva
ai problemi della casa per le persone che non ce l’hanno.
In secondo luogo, i Rom da ovvi interlocutori con cui costruire dei Patti di
Convivenza nel rispetto delle leggi, perseguendo degli obiettivi comuni per
migliorare le situazioni, sono diventati soggetti da blandire e controllare
attraverso forme ambigue e coatte di sorveglianza e accompagnamento educativo.
Infatti, sono state soppiantate le esperienze di mediazione culturale positivamente
avviate nell’ultimo decennio e che molti frutti avevano dato negli ambiti
scolastici e socio sanitari, con un ritorno a modalità di intervento
assistenzialistiche.
Infine, sono state ignorate le azioni specifiche per il sostegno dell’autonomia
lavorativa dei singoli o di cooperative presenti nelle comunità.
Anziché promuovere lo sviluppo delle comunità attraverso la formazione
di operatori o mediatori Rom e il lavoro autonomo e cooperativistico come sbocco
economico per le famiglie zingare, vengono riproposte ambigue formulazioni
di accompagnamento sociale accostate alla nozione di ordine pubblico.
Ma l’abbandono delle forme di autonomia non fa che accrescere quelle
di controllo, sottraendo la possibilità di uno scambio interculturale
in grado di produrre un reale cambiamento.
L’ostracismo politico si è quindi rapidamente esteso alle Associazioni
meno accondiscendenti, chiedendo di uniformarsi e censurare qualsiasi possibile
differenza.
Tuttavia, chi chiede agli altri di rinunciare alle proprie specificità non
si limita a chiedere un’abiura, come nelle pratiche comuni di carattere
clientelare poste in essere dagli amministratori milanesi, ma esprime una inaccettabile
pulsione di uniformità, una volontà di monopolismo ideologico
inaccettabile.
Ritorna dunque, sotto il fragile schermo della presunzione autoreferenziale,
il vecchio vezzo di definire l’interlocutore che mantiene una propria
autonomia di pensiero come settario o iniquo e, con l’illusione di avviare
nuove politiche, l’antica abitudine di dividere per comandare.
Il racconto dei fatti diviene esercizio scomodo, perché contrasta la
raffigurazione grottesca, parodistica quasi, della realtà ufficiale,
fino a capovolgerne i contenuti.
Lo stesso mondo accademico e della ricerca, controllato dalle leve del potere
politico ed economico pubblico, subisce consenziente significative censure,
come nel recente scandaloso caso della II pubblicazione sugli insediamenti
di Rom e Sinti in Regione Lombardia a cura dell’ISMU, opportunamente
emendata degli interventi originali dei ricercatori sgraditi alla committenza
di nomina politica.
Oggi, il potere contrattuale delle comunità rom e sinte appare in generale
molto scarso, nonostante gli importanti risultati ottenuti nel campo dell’istruzione
dei propri figli e della capacità di convivere pacificamente con gli
altri concittadini, ma soprattutto è sparito dal proprio orizzonte l’autonomia
decisionale per determinare una parte importante del proprio destino.
I pericoli di un arretramento culturale sono evidenti e chiamano in causa non
solo una bassa politica che quota il razzismo al listino della borsa elettorale
come argomento per assicurarsi il proprio temporaneo successo, ma le stesse
azioni solidaristiche presenti in gran parte del tessuto sociale laico e cattolico,
che allontanano nei fatti la necessaria e auspicabile partecipazione delle
comunità zingare ai progetti di cambiamento della propria esistenza.
Maurizio Pagani
Giorgio Bezzecchi