Alcune considerazioni sull’abitare nei campi nomadi a Milano
Nasce così una prima domanda: nelle pieghe delle “frontiere” informali
di una città, si nascondono mondi, o meglio, “consistenze
umane” diverse da quelle che siamo indotti a immaginare o a riconoscere?Come si sa, le comunità rom o sinte che sono state oggetto dell’intervento pubblico sull’abitare vivono principalmente nei “campi nomadi comunali”, soluzione che da circa 20 anni a questa parte viene riproposta dagli Enti Locali come univoca risposta alla domanda abitativa dei Rom. Sul significato di separazione o ghettizzazione con cui vengono comunemente percepiti si è scritto molto, e molto spesso in modo giustamente critico, pur sottostimando la dimensione culturale che ha prodotto una graduale trasformazione dell’uso degli strumenti del diritto pubblico nella Pubblica Amministrazione. A questo si aggiungano alcuni aspetti di carattere “tecnico”, come ad esempio lo scarto temporale tra la progettazione e la realizzazione di queste opere pubbliche minori, che sono il risultato di un insidioso processo urbanistico e sociale per lo più “taciuto”, o viceversa “enfatizzato” in occasione di confronto politico, dagli esiti più che contraddittori. La scelta degli spazi abitativi tralascia infatti l’analisi oggettiva del rapporto costi / benefici, la localizzazione, la tipologia costruttiva, la composizione familiare, il forte incremento demografico. L’obiettivo non dichiarato è quello di ottimizzare l’aspetto ricettivo, “massificandolo” e così cercando di diminuire il numero dei rom in “circolazione”. Il comportamento “reattivo” della maggioranza delle famiglie rom e sinte, è così diventato, che piaccia o no, quella “dell’autoproduzione abitativa” (Tosi), cioè l’acquisizione di terreni privati, in gran parte ad uso agricolo, su cui innestare delle infrastrutture per ospitare la propria “famiglia allargata”, migliorandone la condizione complessiva. Questo evento rappresenta l’unico elemento di autentica “novità”, dentro un quadro di sostanziale immobilismo e ritardo culturale e legislativo, attraverso cui i nuclei Rom e Sinti e non le Istituzioni, hanno cercato di articolare risposte insediative flessibili e varie nel territorio, molto spesso tra gli interstizi di quelle aree marginali trascurate dai piani urbanistici comunali. L’accesso agli alloggi di edilizia convenzionale pubblica, ancorchè non costituiscano la principale alternativa plausibile alla prevalente dimensione abitativa comunitaria della “famiglia allargata”, sono inoltre poco praticabili sul piano sociale, per la scarsità delle risorse e la mancanza di una rete di servizi sociali che ne promuova e sostenga l’ingresso, benchè una parte minoritaria di nuclei di nuova formazione ne faccia domanda. Se volgiamo il nostro sguardo alle aree abitative periferiche, scopriremo dunque come nell’ultimo decennio hanno preso consistenza “umana” una molteplicità di spazi residuali, divenuti il solo terreno di sperimentazione possibile per differenti forme di abitazione non convenzionale o legalmente riconosciute per i Rom. I casi di abusivismo o di occupazione temporanea di spazi industriali dismessi, sono infatti quasi sempre l’unica risposta estrema a una condizione di debolezza sociale, ma sollevano una domanda inequivocabile: chi deve governare le trasformazioni e come? Ovvero, che dialogo può esistere tra le comunità rom che pongono con ostinata determinazione il “peso” della loro presenza umana e l’amministrazione pubblica? E ancora, quali strategie agiranno nel futuro da innesco delle trasformazioni territoriali, in una visione culturale meno legata alle ideologie identitarie dei singoli e delle comunità, governando cambiamenti verso condizioni di maggiore autonomia? Sul piano locale si continua troppo ad insistere sull’aspetto politico della “questione romanì” (impropriamente definita emergenza nomadi), fors’anche per calcoli e convenienze che muovono e costruiscono grevi quanto occasionali consensi elettoralistici, mentre l’aspetto culturale e le attese sociali di cambiamento sono molto più importanti. Sembra inoltre paradossale che a disegnare le attuali sorti delle politiche sociali a “favore” delle comunità rom e sinte, concorrano oggi soggetti con vocazioni e interessi tra loro oggettivamente diversi, ma che ugualmente trascurano la necessità di una svolta culturale e di metodo. Sempre più infatti, i servizi pubblici e una parte del “terzo settore” sono chiamati dalle Istituzioni che controllano le risorse materiali, a interpretare insieme agli organi di polizia la funzione di controllori di specifici “comportamenti sociali”, definiti di volta in volta da “Regolamenti”, “Patti di socialità” ecc., come se i rom non ne fossero già sottoposti di fronte alla legge al pari degli altri concittadini. La “solidarietà” che dovrebbe essere libera da vincoli esterni e il funzionamento dei servizi pubblici che dovrebbero essere erogati senza ombra di pregiudizio alcuno, vengono così sottoposti e subordinati agli orientamenti della politica locale, che non necessariamente collimano con gli interessi generali e ignorano le aspettative di riconoscimento e sostegno allo sviluppo umano e professionale delle comunità rom. Proviamo quindi a indicare alcuni punti a partire dai quali si possa pensare, definire e realizzare una possibile, percorribilissima e auspicabile politica propositiva. Il primo obiettivo è quello della costruzione di una sicurezza insediativa che non rincorra i bisogni emergenziali, senza per questo tacerli o ignorarli. La definizione di un rapporto certo col territorio è condizione necessaria per dare stabilità e permettere di riconoscere quanto di positivo è stato fatto finora. Per il futuro, occorre sostenere attivamente le famiglie rom per il superamento delle condizioni marginali o per fornire delle valide alternative ai “campi o villaggi nomadi comunali”, ancora oggi l’unica risorsa pubblica più o meno disponibile. Secondo obiettivo: la scolarizzazione. Non basta inserire i bambini rom e sinti nella scuola così com’è. Serve una scuola che abbia le risorse e le capacità per rinnovarsi continuamente ed essere un luogo dove anche i piccoli rom, dalla materna alle medie, accedano alla cultura italiana avendo la possibilità di conoscere e studiare la lingua, storia e tradizioni del proprio popolo. Per un proficuo processo interculturale che arricchisca il percorso educativo di tutti gli alunni, è indispensabile sostenere la formazione e l’inserimento dei “Mediatori culturali rom” nelle scuole, esperienza di cui il Comune di Milano e la Regione Lombardia sono stati fino ad oggi i maggiori sostenitori in ambito nazionale. Terzo obiettivo: la salute. L’alto tasso di natalità s’intreccia con indici preoccupanti di morbilità e mortalità e con una speranza di vita mediamente più bassa di 20 – 30 anni se paragonata con il resto della popolazione. Particolarmente colpiti sono la popolazione femminile e la prima infanzia, ma non possiamo ignorare l’insorgenza di “patologie da ghetto” nei luoghi di vita, la mancanza di una cultura della prevenzione, l’esorcizzazione della malattia attraverso la negazione del sintomo, le difficoltà di accesso al servizio sanitario nazionale. Anche in questo caso, occorre promuovere un intervento coordinato dei servizi socio sanitari e in particolare dei Consultori Familiari, attraverso la collaborazione di mediatrici sanitarie rom che sappiano dialogare professionalmente con le comunità rom e gli operatori territoriali. Quarto obiettivo: il lavoro. Per secoli i rom sono stati portatori di professionalità e di attività lavorative complementari ai bisogni della società ospitante. Occorre rinnovare la strada delle professionalità tradizionali per consolidarle e / o trasformarle in modo che si possano adattare all’attuale mercato del lavoro. Incentivare la formazione di cooperative già presenti in alcune comunità, sostenere la formazione professionale dei giovani e le attività autoimprenditoriali, valorizzando il ruolo femminile. Infine, formare operatori rom al servizio delle loro comunità. La ripresa di una serena convivenza tra i cittadini e le comunità rom e sinte è possibile, a partire dal riconoscersi come concittadini della medesima città. Maurizio Pagani Giorgio Bezzecchi Opera Nomadi Milano |