CULTURA E TRADIZIONI
La società zingara

L’importanza della famiglia
La società zingara ha un’organizzazione essenzialmente orizzontale. L’elemento
su cui si fonda la comunità dei Rom e dei Sinti è la
famiglia. L’individuo da solo non ha alcun senso, ma esiste ed è accettato
in quanto ha un ruolo ed appartiene ad un nucleo
familiare. Che sia marito, o moglie o figlio è dunque una
condizione indispensabile.
I figli sono di solito numerosi, contrariamente a quanto accade nella
nostra società, anche perché nell’economia tradizionale
di alcuni gruppi essi rappresentano una preziosa fonte
di sostentamento. Ad essi viene lasciata grande libertà, soprattutto perché devono
presto contribuire al sostegno della famiglia e alla cura dei più piccoli.
Tradizionalmente i figli maschi, dopo una certa età, affiancano
il padre nelle attività di vendita presso fiere e mercati. Le
femmine invece accudiscono i fratelli minori e seguono la madre. Oltre al ristretto nucleo familiare, è importantissima
la cosiddetta famiglia estesa, che comprende i numerosi parenti. Nella maggior parte
dei casi vengono mantenuti rapporti di convivenza tra gli appartenenti
dello stesso gruppo, i contatti sono frequenti, gli interessi e gli affari
sono n comune anche quando le famiglie risiedono in località diverse.
Al di là della famiglia estesa esiste poi la cosiddetta kumpània,
che rappresenta l’insieme di diverse famiglie non unite da vincoli
di parentela, ma comunque tutte legate tra di loro in quanto facenti
parte dello stesso sottogruppo. Più sottogruppi affini appartengono al gruppo. Per definire una persona si va dal gruppo allargato al sottogruppo, dalla nazionalità alla discendenza, alla famiglia e infine all’individuo.
La gerarchia e la società Lo
zingaro, per sua natura, sopporta mal volentieri la presenza di un capo. In questo senso può essere considerato individualista. Non riconoscere
le gerarchie è un tratto che caratterizza sia i rom, sia i sinti, le
uniche rispettate sono quelle presenti all’interno della famiglia: l’anziano,
il padre o la madre, o l’essere reputato saggio dal gruppo. Gli anziani
invece sono molto rispettati, i figli non li abbandonano mai in quanto conservano
la memoria delle tradizioni. Ad essi si fa riferimento quando sorge una discussione
del gruppo. Un’altra figura di grande rispetto è il krisnìtori,
che rappresenta la massima autorità giudiziaria della comunità poiché è colui
chiamato a presiedere il kris. Quest’ultimo è il tribunale degli
zingari, formato dai membri più anziani, che si riunisce in occasioni
particolari: per districare controversie matrimoniali, decisioni da prendere
in merito ad azioni commesse a danni di appartenenti al gruppo o al sottogruppo.
Al kris sono ammesse anche le donne che possono prendere la parola. La controversia
si risolve in molti casi nel pagamento di un’ammenda da parte di
chi viene riconosciuto colpevole.
La struttura economica
E
veniamo alle occupazioni professionali. Quando si parla di sistema economico
zingaro gli studiosi rimangono sconcertati
e disorientati. Notano infatti una
insanabile e irrisolvibile ambiguità: da una parte gli zingari vivono
in seno a una società ospitante (spiegano lo stesso nomadismo come spostamento
necessario per esplicare certe attività economiche), dall’altro
ammettono tracce di cultura “primitiva” (stadio della raccolta
e della caccia), che dimostra che vivevano nell’ambito delle civiltà indiane
come estranei e distinti. Per comprendere il sistema economico zingaro-come
del resto ogni altra manifestazione della loro cultura-, occorre tenere presente
l’”ambivalenza del loro status etnico”, ossia il fatto di
dover vivere da zingari in una ambiente circostante non zingaro al quale si
adattano per poter sopravvivere. Questa ambivalenza genera un bipolarismo economico
che trova la sua espressione da una parte nell’esercizio di attività specifiche
per lo più complementari o integrative dell’economia dei paesi
ospiti, che si configurano come nicchie economiche all’interno di una
regolare struttura economica non zingara (lavorazione dei metalli, artigianato,
commercio, lavoro stagionale etc); dall’altra nelle pratiche di sfruttamento
dell’ambiente circostante, in qualsiasi forma esse si manifestino, che
si ricollegano strutturalmente con lo stadio della raccolta e della caccia,
anche se riadattate all’ambiente antropico (accattonaggio, piccolo furto,
arte divinatoria, etc). Il primo polo (quella di una tradizione lavorativa
continua e regolare degli zingari) è un dato incontrovertibile, che
dev’essere accettato e riconosciuto pacificamente. Il ventaglio dei mestieri
esercitati è praticamente illimitato ed è determinato dall’adattamento
zingaro ai bisogni e agli spazzoìi concessi dalla società ospitante:
dai lavori artigianali (lavorazione dei metalli, fabbricazione di cesti in
vimini, oggetti in legno) alle attività commerciali (vendita ambulante,
commercio dei cavalli) alla musica e danza, allo spettacolo viaggiante. L’altro
polo è costituito da tre tipi di attività che si rifanno allo
stadio della raccolta e della caccia e che rappresentano una forma di conquista
indiretta del territorio: l’accattonaggio (manghèl), il furto
(ciurèl), e la chiromanzia (durkarèl).
La questua, che viene esercitata da donne e bambini, si riconduce senza dubbio
al primitivo stadio della raccolta.
Un tempo le romni raccoglievano erbe, radici, bacche, frutti selvatici setacciando
palmo a palmo l’arido territorio della steppa; oggi si procurano il necessario
per vivere sfruttando la compassione, la generosità o il timore della
gente.La divinazione, come fonte di guadagno, non è che una forme particolare
di questua in quanto non è finalizzata a un servizio ma alla pura e
semplice estorsione di denaro.
Il furto rappresenta una forma della caccia, o meglio della razzia.
Si è tentati di dire che nel furto rivive sotto altra forma lo spirito
della conquista dei nomadi della steppa.
Il sistema economico zingaro si rifà nella sostanza allo stadio della
raccolta e della caccia, che cerca di perpetuare la sua originaria struttura
economica in un ambiente umanizzato adattandola al nuovo contesto e a forme
nuove di sfruttamento. E diventa canto, danza, divertimento, artigianato, vendita
e commercio, imbroglio, lettura della mano, raccolta rottami, questua.
Il matrimonio
Presso i Rom Harvati il matrimonio è sancito dalla fuga degli innamorati
e si conclude con il ritorno al campo della coppia per il riconoscimento ufficiale
da parte delle famiglie, cge avviene nel corso di una festa senza cerimonie
particolari. Tra i rom abruzzesi il cerimoniale tradizionale è più suggestivo,
con un alone romantico. Data l’organizzazione sociale imperniata sui
legami di sangue e la famiglia estesa, il matrimonio è quasi sempre
frutto di un accordo tra i “clan”: inizia con la serenata e si
conclude con una grande festa. Più rara è la fuga nuziale (naslinppeng).
Quella di “mandare la serenata” non è una tradizione originaria
rom: gli abruzzesi l’hanno appresa dalla gente del sud dove il costume
ancora sopravvive. Come molte tradizioni, anche questa della serenata di fidanzamento
sta scomparendo tra gli abruzzesi nei campi sosta della città. Sono
poche le famiglie che ci tengono ancora. Rispettare il cerimoniale tradizionale
vorrebbe dire per lo sposo sobbarcarsi i costi di un’orchestrina per
una notte intera e di un pranzo di fidanzamento, mentre la famiglia della sposa
dovrebbe sostenere tutte le spese di una cerimonia, che per forza si deve concludere
con un pranzo con molti invitati. È quindi ormai generalizzato il cerimoniale,
per così dire più economico, della fuga nuziale, che continua
ad essere rispettato anche dai più giovani e nei casi di matrimoni tra
appartenenti a famiglie residenti in campi diversi. Negli ultimi anni si sono
registrati anche matrimoni tra appartenenti al popolo rom e gagè.
Il rito della morte
L’esperienza della morte è da tutti molto sentita. E’ un
evento carico di tabù e di simboli che non coinvolgono solo la famiglia
colpita dal lutto, ma l’intera comunità. I riti non hanno tanto
lo scopo propiziatorio o espiatorio, quanto l’obiettivo di affermare
con forza l’unità del gruppo. Si parla di riti in quanto ogni
gruppo ha le sue usanze. Solitamente la veglia attorno al corpo del defunto
dura tre giorni e al termine si celebra il rito religioso a secondo dalla confessione
professata. I Rom Harvati seguono ancora un’antica tradizione: alla morte
di una persona cara bruciano la roulotte e tutto ciò che gli apparteneva
in vita, osservano un periodo di lutto molto lungo in cui è vietato
pronunciare il nome dell’estinto. E’ diffuso tuttora il rito della “ libagione” che
si compie lasciando cadere al suolo alcune gocce di bevanda, che può essere
caffè o un alcolico pronunciando insieme “vasu mule”. Subito
dopo viene effettuata la cerimonia religiosa. Al passaggio del corteo funebre
la strada viene cosparsa di fiori. In testa al corteo sono poste le corone
di fiori. E’ consuetudine che gli amici del defunto contribuiscano alle
spese del funerale. Per i Rom xoraxanè, di origine bosniaca e di religione
musulmana, è molto importante la vestizione del defunto: la persona
viene profumata e vestita con un abito nuovo.
La religione
Gli
zingari non hanno una propria religione, né sacerdoti o culti originari.
Secondo alcuni studiosi sopravvive in alcuni gruppi una specie di zoroastrismo,
imparentato con l’antico culto persiano,che considera il mondo soprannaturale
diviso tra dueforze opposte: il bene rappresentato da Del o Devel e il male
simboleggiato da Beng. In quanto alla religione professata, i vari gruppi sembrano
avere assimilato le confessioni dei paesi di provenienza o di quelli in cui
si sono stabiliti per maggiori periodi: i gruppi presenti in Italia di antica
provenienza sono cattolici, quelli arrivati ultimamente professano la religione
musulmana.
La tradizione letteraria
La letteratura zingara si basa essenzialmente sulla tradizione orale, tramandata
dagli anziani e solo negli ultimi tempi riportata per iscritto.
Da sempre i Rom e i Sinti hanno usato la musica e le canzoni per narrare le
loro avventure e i propri sentimenti.Nelle loro canzoni parlano quasi sempre
della loro terra, di fiumi limpidi, boschi verdi, luoghi in cui c’è sempre allegria. Alcune ballate
alludono allo stile di vita zingaro. Una, ad esempio, dice che il gagè lavora
sempre, spera di diventare qualcuno e a furia di sperare muore. Un’altra
canzone critica il gagé che ha inventato le leggi, mentre è molto
più bella la libertà perché con essa si va dove si vuole.
Un’altra ancora dice che i Rom sono come l’erba, si piega sotto
il vento e si rialza non appena è passata la tempesta.
Da quando la scolarizzazione è aumentata, esiste anche una produzione
in lingua italiana. La forma usata è quasi esclusivamente quella poetica
che nasce dall’esigenza di esprimere emozioni ed esperienze di vita quotidiana
nonché di riscoprire le antiche tradizioni.
L’immagine dello zingaro nella pittura
di Bruno Morelli – Rom Abruzzese- artista diplomato
Più di mezzo millennio di presenza zingara in Europa
non poteva lasciare
indifferente la società dall’essere, anch’essa, influenzata,
in qualche modo, da un popolo in minoranza, sopravvissuto lontano dal paese
d’origine, l’India.
Difficile è dimostrare l’influenza di tale minoranza etnica, esercitata
sull’arte e sugli artisti, che, per prima, si è affacciata sui
nuovi “soggetti” da ritrarre e trattare in pittura.
Non avendo tradizione scritta ma orale, gli Zingari non hanno potuto agire
direttamente e letterariamente su nessuna cultura, come lo stile di vita, la
lingua e la presenza, ostinata e costante contro ogni repressione culturale
e razzista subita dalla società stessa. Essi sono stati determinanti
nell’incidere, in modo indiretto, sulla cultura maggioritaria.
Cercare prove tangibili su quanta ziganità esista nella cultura collettiva è un
obiettivo assai ardito, ma senz’altro utile per innescare un vero processo
di demonizzazione culturale e sociale verso la possibilità di prendere
coscienza di un patrimonio culturale collettivo in cui è presente anche
una parte di cultura zingara, per troppo tempo ignorata umiliata.
La presenza costante dell’immagine dello zingaro nella pittura dalla
fine del XV secolo fino ai nostri giorni, pone certamente degli interrogativi
sulla tesi che anche una piccola parte di
cultura come quella Romanés ( zingara), abbia contribuito agli sviluppi
dell’arte occidentale e possa vantare, così, un valore nella rivendicazione
della propria dignità di popolo, in quanto espressione di caratteri
originali custoditi nel nomadismo e nella transnazionalità dello spirito
di uomo libero.
Inoltre va preso attocce l’immagine dello Zingaro nella storia dell’arte,
al di là delle facili etichettature, semplificanti e riduttive, entro
cui si tende a circoscrivere il soggetto zingaro come facente parte di pittura
di genere, esotica, voyieristica, pietista o fenomenologia, rimane a rappresentare
un soggetto speciale da indagare e analizzare fino in fondo.
Spesso, su di esso, gli artisti hanno riversato la proiezione inconscia del
desiderio di identificazione in un modello da seguire come fuga da una società uniformata
e stereotipata.
Se l’arte ha sempre aspirato al superamento della banalità, della
violenza, dei limiti razziali e delle false ideologie, per esaltare i valori
della libertà e della vita come fondamento etico dell’uomo, allora
l’immagine simbolica dello zingaro, in arte, risponde, almeno in parte,
a questa tormentata ricerca della verità.
Creazione del simbolo
Gli Zingari, per opera degli artisti a poco a poco, entrano nell’immaginario
collettivo e si trasformano in valore simbolico nei linguaggi espressivi della
pittura, della letteratura, della musica e del costume.
Lo Zingaro, una volta trasformato in simbolo, esprime il senso della libertà,
dell’irrazionalità, dell’esoticità, del primitivismo,
della magia e del sogno proibito.
L’ambiguità, l’enigma, che si viene a formare intorno a “queste
strane genti” è da attribuire a certe attività occulte,
tradizionali, praticate dagli Zingari, come: la chiromanzia, l’alchimia
o filtri magici, l’astrologia e la proprietà di intervenire nei
destini degli uomini. Perciò gli Zingari vengono associati a maghi e
praticanti di diavolerie e quindi gente da tenere a bada o a cui affidarsi.
E’ ovvio che non è solo la magia nera a richiamare l’attenzione
su di loro, ma anche gli aspetti decisamente positivi legati alle attività tradizionali
sviluppate nel nomadismo come lo spettacolo ambulante (circo-giostre), virtuosismi
di varia natura, musica, lavorazione speciale dei metalli, danza del ventre,
allevamento dei cavalli.
Valori buoni e valori cattivi caratterizzano il polo dualistico di attrazione
e repulsione dalla società, dove gli Zingari sommano sempre più,
intorno a loro, un sentimento conflittuale di odio-amore che sfocia in una
strana forma di emarginazione.
Lo Zingaro entra nella storia dell’arte probabilmente con il suo arrivo
in Europa Occidentale nella prima metà del quindicesimo secolo. Così,
l’immagine dello zingaro accompagna, durante i secoli, anche l’iconologia
della pittura, offrendo di riflesso una storia degli Zingari.
L’artista, essendo anche un cronista della storia, registra la mentalità del
tempo attraverso le proprie opere, dove è possibile rintracciare l’atteggiamento
sociale ed artistico adottati nei confronti degli zingari.
Pinacoteca Tzigana Leonardo da Vinci, “Testa di Scamuccia”, Oxford,
Chunch
Giorgione, “Tempesta” (“ La Zingarella e il soldato” )
, 1506-08, Venezia, Galleria dell’Accademia
Antonio Allegri detto Coreggio, “ La zingarella” , 1515-16, Napoli,
Museo di Capodimonte
Boccaccia Boccaccino, “ La zingarella”, 1506, Firenze, Galleria
degli Uffizi
Tiziano, “Madonna col bambino” ( “ La zingarella” ),
1503-15, Vienna, Kunsthistorisces Museum.
Pietre Brugel, “Predica del Battista”, 1565, Budapest, Szepmuveszeti
Museum
Michelangelo Merisi detto Caravaggio, “ La Buonaventura”, 1594,
Parigi, Museo del Louvre
Geoges de La Tour, “ La Buonaventure” , 1640, New York, Metropolitan
Museum of Art
Jacques Callot, “ Bohemiens en marche “, 1621, Biblioteca Nazionale
di Parigi
Frans Hals, “ La Zingara “, 1628-30, Parigi, Museo del Louvre
Pietro Longhi, “ L’indovina “, 1740, Venezia, Galleria dell’Accademia
Gianbattista Piazzetta, “ L’indovina “, 1748-50, Venezia,
Ca’ Rezzonico
Francesco El Pedro, “ Zingari “, 1790, incisione
Lèon Gerome, “ L’orientale “, 1882, U.S.A. collez.
Privata
August Coubert, “ L’elemosina di un mendicante “, 1868,
Williamstown, Sterling and Francine, Clark Art Institute
A. Pettenkofen, “Zingari “, 1855, collez. privata
W. Boucureau, “ La Bohemienne “, Minneapolis, The Minneapolis
Institute of Art
E. Manet, “ Gitana con sigaretta” , 1862, New Jersey, collez.
Privata
Henri Rousseau, “ La zingara addormentata “, 1897, New York, Museum
of Modern Art”
Giuseppe Palizzi, “ Accampamento di zingari “, 1845, Firenze,
Galleria d’Arte Moderna
Vincent Van Gogh, “ Bivacco di zingari “, 1888, Parigi
Otto Muller, “ Madonna zingara “, 1928, Darmstadt
Henri Matisse, “ La Gitane “, 1905-06, Saint Tropez
Serge Poliakoff, “ Danza russa “ , 1937
Marc Chagall, “ Il violinista “, 1912, Amsterdam, Stedelijk Museum
Giules Pascin, “ Zingara “, 1824, collez. privata
P. Kremegne, “ Gitane “, 1917, Parigi, collez. privata
Amedeo Modigliani, “ Maternità zigara “, 1918
M. Campigli, “ Zingari “ 1928, Milano, collez. privata
Pablo Ricasso, “ Famiglia di giocolieri “, 1905, Baltimora, Museum
of Art
F. Bekmann, “ Il Circo “, 1937
L. Michelacci, “ Carovana di Zingari “, 1945, Forlì, collez.
privata
|