Rom d’Europa
Quella “Rom” è una delle grandi questioni morali dell’Europa
di oggi, un’opportunità per cambiare il flusso della storia e
imbrigliare la debole e incerta volontà politica degli Stati dell’Unione
verso il riconoscimento delle comunità presenti storicamente nelle società europee.
Un insieme composito di comunità o di frammenti etnici che costituiscono
la più consistente minoranza trasnazionale e transtautuaria dell’Unione
europea, lacerata da una diaspora delle povertà resa ancor più acuta
dai processi di modernizzazione, dalla perdita di protezioni sociali, dalla
deterritorializzazione di ampie fasce di migranti, da una radicale modificazione
dei rapporti sociali nelle comunità locali.
Sul numero dei rom e sulle concentrazioni demografiche dal carattere asimmetrico
dei diversi gruppi non esistono numeri precisi ma stime percentuali che disegnano
una cartina sociale e politica densa di elementi di disuguaglianza ed esclusione.
Nonostante il fervore che ha accompagnato l’espansione della nuova Ue
a 27 stati membri verso l’Europa orientale, i Rom di questa regione,
circa i due terzi di tutti i rom europei, vivono in gran parte al di sotto
della soglia di povertà.
Abitano in quartieri di baracche senza strade, né elettricità,
né acqua corrente, vittime di una massiccia disoccupazione e discriminati
quanto all'assistenza sociale e sanitaria. Gravi casi di segregazione si sono
ripetuti nei reparti di maternità dove viene praticata la sterilizzazione
di donne Rom senza il loro consenso informato, o nei quali i bambini ricevono
spesso un insegnamento mediocre in classi separate o, ancora, vengono inseriti
in classi destinate ai disabili mentali.
L’uso di parole come Zingaro, densa di connotazioni negative e spesso
spregiative, benchè comunemente utilizzata anche in ambito letterario,
rimanda a immagini stereotipate o metaforiche che portano con sé l’utilizzo
di eufemismi del tipo “nomadi”, “slavi” o ancora a
falsificazioni di genere romantico.
Rom sono coloro che parlano il Romanès, una lingua indiana traslisterrata
dal sanscrito, sulla cui esatta origine si è a lungo discusso senza
trovare mai un pieno accordo, ma che viene parlata in tutto il mondo con accenti
e imprestiti diversi.
In Europa l’Italia è nota come il paese dei campi.
L’influenza del luogo in cui si vive è un fattore determinante
per creare il senso di appartenenza sociale o, viceversa, per rimarcarne le
condizioni di emarginazione, discriminazione e disperazione tra le persone.
Le barriere mentali prendono forma e consistenza nelle frontiere urbanizzate,
in spazi di negazione come i “campi nomadi”, nelle baraccopoli
delle tante banlieus metropolitane.
Inseguendo con lo sguardo i recinti, le reti e talvolta le mura che li circondano,
la memoria storica corre ai fantasmi del passato, ai ricordi di quei campi
vicini alla ferrovia, da dove i rom venivano condotti via durante la guerra
verso i campi italiani del Duce o i domini del Reich, spesso senza farvi ritorno.
Campi che nell’immaginario collettivo e nella vita quotidiana si trasformano
ancora oggi in lager moderni, quando concepiti solo per rinchiudere e oscurare
le persone indesiderate, come i Rom o come i migranti nei CPT.
Uomini, donne e bambini rom vivono nelle più ricche città occidentali
le stesse condizioni di miseria materiale della diaspora ebraica di cinquant’anni
fa, nel ricordo del genocidio e della pulizia etnica delle guerre jugoslave
degli anni ‘90, negli esiti contrastanti seguiti alla dissoluzione dei
regimi autoritari oltre cortina.
Ma esistono molte forme più sottili di violenza morale, come l’ostracismo
culturale che si respira nel monopolio della cultura d’èlite e
dell’informazione, il negazionismo storico della tragedia del “Porrajmos”,
i linguaggi violenti della bassa mercanteria politica.
E che dire dell’ostinato e ottuso rifiuto dello Stato italiano che non
ha riconosciuto la lingua romanì, il luogo più antico della memoria
del popolo rom, al pari di altre minoranze linguistiche nazionali, cedendo
ai veti incrociati della politica e alla presunzione territorialista del “luogo
certo uguale a cultura certa”, relegando così un intero popolo
ai margini della società?
La varietà e la ricchezza sociale e culturale della dimensione Romanì si
misurano così con le crescenti condizioni di discriminazione politica
e sociale che riguardano sempre più anche l’Italia, ponendo
la domanda di “quali politiche pubbliche” ci attendano nel prossimo
decennio.
Su scala nazionale l’azione pubblica continua infatti a non seguire
alcun indirizzo generale coerente, rinnovando un meccanismo di delega e “disimpegno” verso
il livello regionale e quello locale.
In assenza di un quadro di riferimento statale che favorisca una affermazione
esplicita dei diritti e delle modalità di coinvolgimento delle comunità rom
nei processi di costruzione e partecipazione sociale, le contraddizioni e
i conflitti si riversano esclusivamente sul piano delle politiche locali,
senza alcuna forma di intervento orizzontale tra gli enti del territorio
o di coordinamento tra le istituzioni ordinate verticalmente.
Le conseguenze che si registrano sono gravi e riguardano i nodi politici
e culturali, poiché la gestione delle problematiche avviene solo sui
temi legati all’emergenza o all’ordine pubblico, con l’esigenza
di coniugare concetti quali “legalità e solidarietà”,
eludendo i temi del rispetto dei diritti fondamentali di questi nostri concittadini
e la ricerca di una strategia più complessiva.
E sono estremamente gravi per le comunità dei “Rom, Sinti e
Camminanti” che subiscono gli effetti devastanti di una forte disuguaglianza
di accesso alle risorse pubbliche, sanitarie, scolastiche, occupazionali,
abitative o di giustizia.
L’estensione dei diritti di cittadinanza sembra dunque mancare di una
pre - condizione essenziale: il riconoscimento pubblico delle genti rom come
entità culturale della storia del nostro Paese. L’assenza dello
status di minoranza linguistica nazionale (e di un’estensione più generale
a livello europeo del carattere transtatuario della popolazione romanì)
e l’assenza di un insieme di norme e meccanismi efficaci di controllo
che contrastino gli episodi crescenti di razzismo e discriminazione, si accompagnano
alla costruzione di uno stigma sociale il cui effetto più concreto è quello
di disconoscere i rom come nostri concittadini, sottoponendoli a un trattamento
differenziale sul piano giuridico, amministrativo e sociale.
In termini più generali, quel che emerge è la necessità di
lasciarsi alle spalle una politica sociale ormai logora e rigettata dagli
stessi rom, proponendo una svolta culturale che eviti il rischio di un “differenzialismo
culturalista”.
Saranno quindi centrali le politiche che nel prossimo decennio verrano attuate
nei settori prioritari dell’l’istruzione, salute, lavoro, facendo
leva sulle esperienze della mediazione culturale e sulle forme di promozione
e sostegno all’autonomia attraverso la redistribuzione di risorse pubbliche
e la partecipazione delle comunità rom ai progetti di integrazione
e sviluppo.
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