Zingari? Rom, Sinti, Kalè

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Un popolo, quello “zingaro” che viene da lontano, dall’India del Nord, tra la valle dell’Indo e le pendici himalayane e parla una propria lingua chiamata “Romanès”, traslitterata dal sanscrito e segnata dal “viaggio”.
I grandi fiumi euroasiatici come lo stesso Indo, il Tigri, l’Eufrate, il Danubio, l’Elba, il Reno e il Rodano, furono infatti le direttrici naturali delle più antiche migrazioni zingare, di cui restano testimonianze e cronache persiane, arabe, greche e bizantine.
Ancora oggi i Rom, termine che non vuol dire “nomade” ma “uomo libero” sono i continuatori di una cultura “orale”, sostanzialmente agrafica, che continua a posare le sue fondamenta sulla parola, il canto, il mito e la leggenda piuttosto che sulla scrittura.
Pur assumendo a pieno titolo i contorni di una identità popolare, la cultura zingara sfugge a definizioni di sintesi: porta in sé valori e identità molteplici, plasmate dall’incontro con altre civiltà e si riflette nella complessa divisione in gruppi, sottogruppi e famiglie generata dalle avventure che condussero queste genti da oriente a occidente, fino a noi.
Quella dei Rom e Sinti è un’esperienza millenaria che si scontra con l’esasperata tecnologizzazione dell’oggi. E’ lo scandire di ritmi umani di un “mondo minore” che tenta di rallentare le lancette del tempo per “ascoltarne” i rintocchi, mantenendo il rapporto umano al centro delle relazioni sociali e professionali.
E mentre vanno spegnendosi le fonti orali del passato recente di un popolo che nutre un’aspettativa di vita media da terzo o quarto mondo, pur vivendo nei modelli economici e sociali delle nostre ricche città, continua anche “oggi” la storia di “ieri”, ovvero la vicenda di intere comunità costrette in condizioni di forte emarginazione e di apharteid morale e culturale nella società.
In tutta Europa, gli zingari sono considerati un problematico “corpo estraneo” dalle Istituzioni prima ancora che dagli abitanti.
A dispetto di molte realtà stanziali sono definiti nomadi, la cui presenza va rieducata se non scoraggiata. In alcune zone vigono ancora norme che vietano la circolazione e la sosta di carovane e roulottes zingaresche.
In Italia, decine di interrogazioni parlamentari, centinaia di interventi da parte delle amministrazioni o di singoli esponenti politici segnalano la persistenza di tutti i pregiudizi più scontati. Sono sporchi e portano malattie, sono furbi e vagabondi, rubano le auto e svaligiano gli appartamenti, per non parlare dello spauracchio che li dipinge come rapitori di bambini.
Per la maggior parte i Rom presenti in Italia sono italiani, ma vengono comunemente considerati stranieri o “diversi”, mentre cresce il numero di rom immigrati, costretti a fuggire da contesti immiseriti dagli effetti negativi della globalizzazione e dai rigurgiti di vecchi e più recenti razzismi.
“ Se i Rom sono così” (secondo un mito che esprime di volta in volta fascinazione o ribrezzo), bisogna tenerli lontani da noi, separarli, isolarli, magari in campi sosta “invisibili”, lungo le ferrovie, le tangenziali, i canali e le periferie più abbandonate.
Per queste aree, per queste persone, per i nuovi poveri delle città urbanizzate non si sacrificano metri quadri carichi di valori fondiari, non si scelgono luoghi vicini alla ”gente per bene”, non si progetta un futuro insieme.
E tutto questo ha delle conseguenze pratiche clamorose sulla qualità della vita delle loro comunità, cioè su decine e decine di famiglie, donne, uomini e bambini.
Quello dello zingaro, insomma, è ancora un clichè al negativo che si riflette nella rappresentazione dei mezzi di comunicazione come nelle politiche amministrative: non concittadini, ma estranei, il cui contatto risulta pericoloso per gli individui e per la società ospitante.

Tutto ciò mentre, senza rfinunciare alla loro identità, i Rom si sono aperti al confronto con la cultura dominante, la nostra, come mai era accaduto prima.
In primo luogo perché oggi frequentano le stesse scuole e poi perché condividono con noi l’immaginario prodotto dalla TV.
I tempi sarebbero dunque maturi per tentare di comporre la dicotomia lacerante che accompagna questo popolo da quando è giunto in Europa.